Cultura

Visioni a 33 giri – Dj Shocca

I producer album come spartiacque dell’hip-hop italiano

L’album che funge da modello originario per i producer italiani è probabilmente “La rapadopa” di Dj Gruff, del 1993. Grazie alle collaborazioni di pezzi da novanta come Kaos, Esa, La Pina, Neffa e Deda, è una rara occasione di osservare da vicino alcuni protagonisti della scena prima del Big Bang del 1994. L’opera è mastodontica, sfrontata nelle sue dimensioni ciclopiche e allo stesso tempo definitiva e programmatica, una dichiarazione d’intenti che vale tanto per lo stesso Gruff quanto per l’hip-hop nostrano: si inizia davvero a fare sul serio. Ben 25 brani, quindi, che si avvalgono dei maggiori esponenti italiani e di numerosi musicisti, alternando strumentali a brani rappati, in un compendio che ancora oggi fa invidia a molti lavori hip-hop.

Poi, in seguito alla grande espansione di pubblico a metà decennio, l’hip-hop italiano muta profondamente: dalle posse e i centri sociali si passa alla televisione, alla radio e ai concerti. A fine millennio, sembra che tutto sia stato fagocitato dal sistema, quello che gli Assalti Frontali combattevano con spirito antagonista da pionieri della scena. C’è tutta una questione storico-musicale su questa sindrome di fine millennio, per citare gli Uomini di Mare, che porta a individuare in un altro producer album eccezionale una simbolica chiusura del cerchio aperto a inizio anni Novanta: si tratta di “Novecinquanta” (1999; dal sampler Akai 950) di Fritz Da Cat, centrale per ripensare l’idea stessa di rap in italiano e in particolare la relazione tra produttore e rapper. Nel buco nero che risucchia la scena tra i due millenni, rappresenta un faro che racconta la possibilità di una rinascita e, allo stesso tempo, un album che pone il sigillo su un’epoca, quella dell’hip-hop nel mainstream italiano, che è al tramonto prima di una lunga notte. L’alba sarà annunciata da alcuni esordi notevoli, come “Turbe giovanili” (2002) di Fabri Fibra e “Mi Fist” dei Club Dogo (2003) e consacrato anche da un terzo producer album che ha fatto epoca, “60 Hz” di Dj Shocca.

La frequenza diventata cult: il producer album che racconta la rinascita

Il trevigiano Matteo “Dj Shocca” Bernacchi ha un’anima hardcore e l’esperienza dei veterani. Attivo già con i Centro13 (con Mistaman, Ciacca e Frank Siciliano), che arrivano all’album “Acciaio” (1997) e poi si sciolgono, continua negli anni a produrre per altri, in particolare in tandem con Mistaman per l’album “Colpi in aria” (2001). Il suo stile legato al sound di inizio millennio ne fa uno degli eredi più credibili di Fritz Da Cat, un collegamento solido con il passato che permette di immaginare un futuro. Il producer album con cui lascia il segno nella scena lo pubblica nel 2004, mentre lavora nel negozio di dischi Vibrarecords a Verona. Sta per compiere 25 anni e probabilmente non sa che grazie alle 21 canzoni di “60 Hz” sarà ricordato a lungo dagli appassionati di hip-hop italiano.

In un’intervista per il canale di YouTube di Groovesionary, è lo stesso Dj Shocca a ricostruire il periodo in cui l’album ha preso forma: inizialmente è coinvolto anche Andrea “Zeta” Zanetti, collaboratore di Bassi Maestro e proprietario del negozio, ma in seguito diventa un progetto solista, che da semplice Ep prende le dimensioni di un Lp; sarà Francesco “Stokka” Romito a dare una mano sostanziale, sul piano logistico, per concludere il lavoro dopo circa due anni.

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I numerosi ospiti al microfono (tra cui Esa, Mistaman, Stokka & MadBuddy, Club Dogo, Nesli, Bassi Maestro, Tormento, Primo Brown, Frank Siciliano, ATPC, Rido, Inoki, Shezan il Ragio, Danno, Masito Fresco) si muovono tra scratch vecchio stile, sample ubiquitari e chiare ispirazioni statunitensi in un totale di ben 21 brani. Boom-bap, jazz-rap e hardcore si fondono in un tributo alla cultura hip-hop, statunitense ma anche italiana. Non solo, è anche una foto di gruppo delle varie scene locali, da Treviso a Roma, da Bologna a Torino.

L’iniziale “Sessanta Hz” introduce a un certosino lavoro di assemblaggio del titolare con uno strumentale che unisce, tra gli altri, A Tribe Called Quest, Jaylip, Fat Joe e Gangstarr: è un virtuosismo di produzione hip-hop che fa girare la testa, capace di smontare e ricontestualizzare persino “Echoes” dei Pink Floyd. C’è sempre spazio, comunque, per lasciar respirare i beat, anche quando ci sono ospiti al microfono. Il pianoforte che gocciola in “The Industry Don’t Understand”, con un Esa amareggiato e il rapper belga Rivalcapone in veste di ospite internazionale, funge da tappeto per altri scratch e sample oltre a un testo che colloca l’album in posizione critica con la fase mainstream dei secondi anni Novanta:

Con i telecontenitori non vuoi rientrare in sintonia
Quando l’economia mondiale cresce
Solo per chi favorisce guerre di interesse
E non sai più se sei quel che volevi essere

Le strofe lunghe e complesse di Mistaman in “Adesso lo so” si chiudono con una piccola dichiarazione d’amore a questa musica:

Il rap e i graffiti, i fat e gli skinny
I breakbeats, i loop, i book con gli schizzi
Un microfono, un jack
Un linoleum, le Adidas, rime dentro un cypher
Lo scratch e i vinili, le tag nella city
La break dance, le move, le crew con gli stili
Un microfono, un check
Quel suono che devasta e s’impasta sui 60 Hz

Il trio Stokka, MadBuddy e DJ Double S rende esplosiva la miscela di “Ghettoblaster”, con un potente campionamento di LL Cool J per un’altra canzone identitaria (“Più ti guardano male, più tu ti senti rappuso”). In mezzo al fuoco incrociato di Jake La Furia e Guè Pequeno in “Rendez vous col delirio” c’è un beat che unisce funk e sfregi di sax presi in prestito da “One Loving Night” di Bob James: è una fusione di modernità e vintage, creatività e nostalgia.
C’è chi dal
mainstream ritorna verso il boom-bap, come Tormento in “Fotografie”, accreditato con il nome alternativo di Yoshi e capace anche di vocalizzi soul, ma quando arriva il compianto Primo Brown su “Sempre grezzo” l’album raggiunge uno dei suoi vertici: l’hip-hop italiano può ripartire anche da chi non ha mai smesso di crederci, sempre alla ricerca di un suono verace. Gli unici a rivaleggiare nello stesso campionato di hardcore all’italiana sono Danno e Masito dei Colle der Fomento in “Coltelli”.

Ci sono anche due inni bolognesi, che hanno segnato la scena locale in modo indelebile. Il primo è “Notte blu”, con al microfondo Frank Siciliano, costruita su un sample di pianoforte preso dalla colonna sonora di “Una donna tutta sola” (1978) e divisa tra un ritmo abbastanza vivace e un testo dolente, affine a quella “Aspettando il sole” che aveva trasformato Neffa in un hit maker un po’ a sorpresa. La seconda è “Bolo By Night” con un Inoki in piena forma in compagnia di Royal Mehdi, adagiati su un sample di Herbie Hancock. Il ritornello è una fotografia di una generazione di giovani rapper che vuole ancora credere nell’hip-hop, lo vive e si identifica in esso:

Sotto i portici viviamo street life
Siamo sempre per la strada mentre tu sei online
Rinchiusi in qualche casa ci fumiamo gran lainz
Mehdi, Inoki, Bologna by night

Per Inoki diventa un inno e un brano imprescindibile del proprio repertorio, tanto che nel 2005 arriverà anche un remix, intitolato “Bologna by Night 2004” e inserito nel secondo album “Fabiano detto Inoki” (2005), che taglia via il contributo di Mehdi e perfeziona la registrazione un po’ stordita dell’epoca, ritoccando le prime strofe e aggiungendone una terza tutta nuova.

Cambio di frequenza: allontanamento e ritorno

“60 Hz” è un exploit che Dj Shocca non replicherà mai più, nonostante rimanga attivo per produrre l’album con Frank Siciliano a nome Unlimited Struggle: “Struggle Music” (2007) raduna nuovamente tanti ospiti (Mistaman, Stokka & MadBuddy, Bassi Maestro, Club Dogo, Ghemon, Tony Fine, Amir e Jack The Smoker) ma non rinnova l’impatto del precedente. In mezzo ad altre produzioni, firma per intero “La scatola nera” (con Mistaman; 2012) e “4 Mani” (con Inoki; 2022) ma solo nel 2023, in un formato ridotto, torna a un vero e proprio producer album, per quanto mini: “Sacrosanto”, con il sound di “60 Hz” che non può che attirare l’attenzione di chi segue la scena dal precedente secolo.
Il seguito vero e proprio arriva solo nel 2025, ed è un’altra dimostrazione di una scena entrata in una fase di autocelebrazione: è una sfilata di grandi nomi, tutta orientata a rinnovare la magia di ventuno anni prima. Sorprendentemente, ci riesce almeno in parte, grazie a contributi di vecchie volpi come Neffa o Tormento, affiancate a più giovani esponenti della scena. Le produzioni classiche, piene di citazioni e rimandi, di Dj Shocca, fanno tutto il resto, anche se scivolano pericolosamente verso l’autocelebrazione quando ripropongono vecchi
beat e nuovi capitoli dei brani d’epoca. Neanche questo artista del beat, insomma, ha saputo replicare la magia.

28/09/2025




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