Violenza giovanile, triplicati i casi di minori con armi improprie passati da 778 a 1.946 dal 2019 al 2024: Save the Children chiede prevenzione e sostegno psicologico

Crescono i casi di minori con armi improprie, ma Save the Children ricorda che i dati italiani restano inferiori alla media UE e mette in guardia da sole logiche repressive. L’Organizzazione chiede di puntare sulla prevenzione investendo nell’istruzione, ferma a meno del 4% del Pil.
L’utilizzo di armi improprie tra i giovanissimi registra una crescita preoccupante. Dal 2019 al 2024 le segnalazioni a carico di minori per il porto di oggetti atti ad offendere sono passate da 778 a 1.946. Si tratta di coltelli, catene, noccoliere, mazze e persino storditori elettrici. Il trend sembra confermarsi anche per l’anno in corso: nel solo primo semestre del 2025 i casi registrati sono già 1.096.
Questi numeri emergono dall’anticipazione del rapporto di ricerca che Save the Children diffonderà integralmente a marzo. L’analisi impone una riflessione profonda che vada oltre l’emotività del momento, guardando ai numeri reali del fenomeno nel contesto europeo.
I dati sulla criminalità minorile in Italia e in Europa
Sebbene l’aumento delle armi improprie desti allarme, il quadro generale mostra un’Italia con tassi di criminalità minorile contenuti rispetto ai partner comunitari. Negli ultimi dieci anni, il numero di minori entrati in contatto con il sistema giustizia (sospettati o autori di reato) è salito lievemente: da 329 ogni 100mila abitanti nel 2014 a 363 nel 2023.
Il confronto internazionale ridimensiona la percezione di un’emergenza fuori controllo rispetto ad altre nazioni. Nel 2023, la Germania ha registrato 2.237 minori segnalati ogni 100mila abitanti, la Francia 1.608 e l’Austria 2.118. Il dato dell’Ungheria è ancora più alto, con 8.403 casi e un incremento superiore al 1000% in un decennio.
Il vuoto educativo e la richiesta di ascolto
Secondo l’Organizzazione, la violenza non nasce dal nulla. Trova terreno fertile dove mancano presidi sociali e punti di riferimento. Giorgia D’Errico, Direttrice Relazioni Istituzionali di Save the Children, spiega che “spesso i casi di violenza giovanile si inseriscono in un vuoto più grande: quello di luoghi e relazioni capaci di accogliere”.
D’Errico sottolinea l’importanza di analizzare le cause profonde del disagio: “Sono molti coloro che cercano spazi in cui sentirsi legittimati a esistere, a esprimere rabbia, fragilità, domande, senza essere giudicati o ignorati. Quando questa possibilità manca, la risposta può assumere forme distruttive”.
Scuola e risorse: l’Italia investe meno del 4% del Pil
Per arginare il fenomeno serve agire sulle cause strutturali. L’Italia destina all’istruzione risorse pubbliche inferiori al 4% del PIL, quasi un punto percentuale sotto la media dell’Unione Europea. Si tratta del livello più basso tra le principali economie dell’area euro.
La richiesta è di potenziare l’offerta educativa, con priorità alle aree svantaggiate, e di investire in supporto psicologico e nell’educazione alle relazioni. È necessario contrastare la normalizzazione della violenza e prevenire l’abuso di sostanze psicoattive, lavorando a stretto contatto con le famiglie.
No a logiche puramente repressive
Save the Children esprime preoccupazione per le ipotesi di nuove misure governative sulla sicurezza. L’attenzione si concentra sulle proposte che introdurrebbero una gestione di pubblica sicurezza delle condotte minorili su vasta scala e restrizioni per i minori stranieri non accompagnati.
Per l’Organizzazione, “auspichiamo un dibattito che non strumentalizzi questi drammatici episodi, ma ponga realmente al centro dell’agenda politica la questione giovanile”.
D’Errico aggiunge inoltre che “sono necessari un impegno collettivo e politiche fondate sulla prevenzione, l’inclusione e l’educazione, che mettano al centro l’ascolto, il sostegno psicologico, l’educazione alle relazioni e il supporto a famiglie e scuole per costruire comunità vive”. Qualsiasi intervento normativo deve rispettare la Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia. Un approccio che ignori le specifiche esigenze dei minori o faccia prevalere una linea esclusivamente punitiva rappresenterebbe, secondo l’Organizzazione, un arretramento rispetto al principio del superiore interesse del minore.
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