Friuli Venezia Giulia

Vescovo Trevisi alla veglia di preghiera a Trieste

05.12.2025 – 22.10 – Mercoledì sera, a Trieste, un giovane algerino di 32 anni è stato trovato morto in un edificio abbandonato del Porto Vecchio, dove cercava riparo dal freddo. Oggi, venerdì 5 dicembre, nella chiesa di Sant’Antonio Nuovo, si è svolta una veglia di preghiera promossa dalla Comunità di Sant’Egidio, alla quale ha partecipato il vescovo di Trieste, monsignor Enrico Trevisi. La celebrazione si è tenuta davanti a cittadini, fedeli e volontari impegnati nell’assistenza ai migranti. Trevisi ha aperto il discorso con un contrasto evidente: «La città è piena di luminarie, ma a volte anche queste confondono e frastornano». La frase introduce immediatamente il concetto centrale dell’omelia: lo sguardo, la capacità di vedere ciò che è essenziale. «Noi possiamo tradire Cristo e abbandonarlo, distogliere lo sguardo da Lui quando la vita si fa complicata, quando i problemi sono enormi». Il tradimento di Cristo non è inteso come trasgressione rituale, ma come rifiuto di affrontare la realtà, di guardare chi soffre, di mantenere viva la responsabilità morale verso il prossimo.

Il vescovo sviluppa due filoni principali: la morte e le tenebre interiori. «Innanzitutto perché la morte», afferma, «è una grande questione su cui dobbiamo fermarci a pensare». Non parla di morte astratta, ma di consapevolezza esistenziale: «La mia morte, la nostra morte». La morte del giovane algerino diventa simbolo della condizione universale, richiamando la città a riflettere sul proprio destino e sulla responsabilità morale nei confronti degli altri. Il secondo grande tema è quello delle tenebre del cuore: «Siamo nelle tenebre e, al di là di tutte le luci che ci circondano, ci sono le tenebre dei nostri cuori, la durezza con la quale non abbiamo un minimo di empatia per chi sta male». Trevisi evidenzia anche un paradosso etico: «Gli animali sono più garantiti degli esseri umani. Se li si maltratta, all’unanimità il Parlamento fa legge per proteggere il benessere animale. Ma i poveri, i disperati, i senza casa, creati a immagine e somiglianza di Dio, sono in bugia». Qui si intrecciano filosofia morale e teologia: la dignità della persona umana, sancita dalla Chiesa Cattolica (CCC 1700-1706), entra in tensione con la realtà sociale.

Trevisi ricorda le quattordici opere — sette corporali e sette spirituali — e sottolinea: «La misericordia è a 360 gradi e non posso selezionare questo fratello mi preoccupa e quell’altro che muore». Questo passaggio si collega direttamente al Catechismo (CCC 2447), richiamando la tradizione cristiana: la carità concreta non può essere selettiva, ma deve abbracciare ogni persona nel bisogno, indipendentemente dalla visibilità o dalla simpatia sociale. Il vescovo non ignora la complessità dei problemi contemporanei: guerre, migrazioni, disuguaglianze economiche. «Certo che i problemi sono complessi… Per questo abbiamo bisogno di tenere fisso lo sguardo su Gesù». La speranza cristiana non è consolatoria, ma eticamente orientativa: non semplifica la realtà, ma permette di affrontarla con coerenza morale, senza anestetizzare la coscienza. Trevisi alterna immagini concrete e simboliche: bracieri accesi, edifici abbandonati, luminarie cittadine. Questi elementi radicano la predicazione nella vita quotidiana e nella concretezza dei problemi. La luce e il freddo, l’abbandono e la solitudine, diventano strumenti per comprendere la gravità morale e spirituale della condizione umana.

La domanda finale dell’omelia, sospesa ma incisiva, è: «Per che cosa sono disposto a dare la mia vita?» Non è invito eroico o spettacolare, ma domanda morale, che sollecita ogni ascoltatore a interrogarsi sulla propria responsabilità etica. Analizzando la riflessione spirituale, le parole più citate sono tenebre (12 volte), cuore (10 volte), povero (8 volte), fratello (7 volte), luce (6 volte) e sguardo (5 volte). Questa ripetizione non è casuale: scandisce il ritmo del discorso e sottolinea i temi centrali della predicazione di Trevisi, mettendo in evidenza la cecità interiore, la responsabilità morale verso chi soffre e la possibilità di accogliere la luce del Vangelo attraverso l’attenzione e la compassione concreta.

[f.v.]




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