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Veronica Pivetti: «Quando soffrivo di depressione fingevo andasse tutto bene mentre sentivo di cadere in un crepaccio. L’amore? Ho concesso il mio cuore a troppi immaturi»

Questa intervista a Veronica Pivetti è pubblicata sul numero 43 di Vanity Fair in edicola fino al 21 ottobre 2025.

Quando Veronica Pivetti ha sentito che dentro di sé qualcosa si stava rompendo non ne ha parlato con nessuno. Né con gli amici né con i colleghi. «Nessuno sapeva che stavo male. Neanche sul set del Maresciallo Rocca, dove ero impegnata in quel periodo. Fare l’attrice, in questo senso, mi ha aiutata perché sapevo fingere molto bene tranne che con la mia truccatrice, che si è beccata tutti i miei pianti incontrollati inseguendomi sul set per riattaccarmi le ciglia finte». È successo quando la depressione ha bussato alla sua porta senza preavviso, cogliendola di sorpresa e portandola a conoscere una parte di sé stessa che non aveva idea che esistesse: «Scoprire di avere dentro di me un lato così buio che non avevo mai visto prima mi ha messo in allerta, ma mi ha fatto capire che ero anche questo», confessa Pivetti, che da quel tunnel è uscita più forte e luminosa di prima, consapevole non solo della sua leggerezza, ma anche della sua oscurità.

Perché non ne ha parlato con nessuno?
«Perché nessuno capisce davvero quello che vai a raccontare: bisogna, poi, stare molto attenti a chi fai una confidenza di questo tipo, perché quel qualcuno la deve meritare. Io in quel periodo vivevo una fragilità assoluta, dove persino un petalo di rosa avrebbe potuto ferirmi. Stavo così male che non potevo permettermi di farmi ferire da qualcos’altro».

Quanto è stato difficile fingere che andasse tutto bene?
«Sul set pensavo solo a quello che avrei dovuto fare e a nient’altro. Era come se tutte le mie giornate fossero un’esibizione: il problema è che, quando finivano, mi sentivo cadere in un crepaccio».

Che cosa l’ha aiutata a uscirne?
«La psicoterapia alla quale, stupidamente, non mi sono rivolta all’inizio, perché pensavo di non averne bisogno. Grazie all’analisi ho, invece, intrapreso un percorso bellissimo che non mi ha, però, protetta da chi aveva una visione superficiale di quello che stavo attraversando. Essere oggetto di tanta incomprensione da parte di alcuni medici mi ha fatto male».

A chi si riferisce?
«Ricordo un medico in particolare, un grande luminare di cui non farò il nome, che appena mi ha vista mi ha detto: “Forza, si tiri su, che deve tornare a farci ridere”. Quando ho sentito quelle parole, mi volevo uccidere: non c’è niente di peggio di non sentirsi presi sul serio da qualcuno
che dovrebbe prendersi cura di te e che, invece, minimizza il tuo dolore perché sei un’attrice di commedia».

Cosa ha imparato da quel periodo?
«Ad apprezzare la felicità. Quando smetti di stare male, inizi a godere di cose semplicissime e un po’ stupide come una passeggiata in compagnia del tuo cane. Diamo troppe cose per scontate: quando esci dal tunnel, tutto ha un sapore più buono».


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