Piemonte

Vent’anni da “Il vento fa il suo giro”. Diritti: “C’è ancora bisogno di raccontare l’integrazione”

Sono passati vent’anni da quando “Il vento fa il suo giro” di Giorgio Diritti metteva in scena il tema dell’accoglienza e della paura dell’altro, lo spopolamento delle montagne e le comunità che si chiudono, raccontando la storia della difficile integrazione della famiglia di un pastore francese nell’immaginario borgo di Chersogno.

Girato in italiano, francese e occitano con poco budget e molti attori non professionisti, il film è diventato un caso cinematografico grazie al passaparola, andando ben oltre i confini delle montagne della Valle Maira tra cui è stato realizzato. In occasione del ventennale Diritti lo riporta in sala insieme allo sceneggiatore Fredo Valla per tre appuntamenti. Stasera alle 20,30 al Cineteatro Iris di Dronero, domani alle 18 al Cinema delle Valli di Villar Perosa e lunedì alle 21 al Cinema Fratelli Marx di Torino, in un tour organizzato da Piemonte Movie, Film Commission Torino Piemonte e Officina per la Scena.

Un momento delle riprese

Un momento delle riprese 

«Io e Fredo ci siamo conosciuti a Ipotesi Cinema di Ermanno Olmi – racconta Diritti – In quell’occasione mi ha raccontato la vicenda di Philippe, a cui lui stesso aveva parte a Ostana, e mi è subito scattato il desiderio di raccontarla. Forse ha influito la mia storia personale, il fatto di essere figlio di profughi istriani, facendomi entrare in empatia con la storia di qualcuno che si trova ad essere sradicato dalle proprie origini e inserito in un ambiente diverso».

Come ha fatto quella storia così radicata nel territorio a diventare un film proiettato a distanza di vent’anni?

«Il film nasce da una storia vera ma quello che racconta è qualcosa di trasversale, che va a toccare gli elementi fondamentali della vita di ogni uomo. Realizzare il proprio sogno, costruire una famiglia, andare a cercare la propria realizzazione lontano da casa. Poi la storia, e non solo quella del film, ci racconta che tante volte la chiusura rispetto alla diversità diventa l’elemento che rovina la torta. La difficoltà di accogliere il diverso è uno dei punti critici dell’umanità. Oggi, con quello che stiamo vivendo, è ancora più evidente».

Da Ostana, dove la storia è accaduta, ha scelto di girare in Valle Maira. Come è stata quell’esperienza?

«Con Fredo abbiamo girato un po’ per le valli occitane e, sia per questioni logistiche, che per la bellezza dei luoghi e dei paesaggi, la Valle Maria è risultata ideale. A Ussolo abbiamo trovato la possibilità di collocare tutta la troupe in un’ex locanda abbandonata e sul territorio si è creata una rete che ci ha aiutato molto, soprattutto nella logistica che è una delle cose più complicate quando si gira in quei luoghi. Il sindaco di Celle di Macra veniva a pulirci la strada quando nevicava, nel fine settimana salivano su ragazzi e ragazze da Dronero portando damigiane di vino e la sera si ballavano musiche occitane».

Di quelle valli raccontava anche lo spopolamento. Come sono cambiate oggi?

«Alcune sono ancora in difficoltà ma molte hanno saputo reagire. Quando Fredo mi ha portato la prima volta a Ostana c’erano 7 abitanti e lui era il più giovane. Oggi sono realtà con decine, a volte centinaia di persone, e tante comunità hanno trovato la capacità di accogliere, hanno saputo creare situazioni favorevoli al lavoro e capacità produttive che all’epoca sembravano perse o in declino. E soprattutto ci sono tanti giovani, non è più un meccanismo di ritorno ma è soprattutto una scoperta, una scelta. Il film credo che abbia contribuito, nel suo piccolo, alla capacità di mettersi in gioco, di realizzare qualcosa in cui si crede».

Nonostante i buoni risultati nei festival internazionali, nelle sale italiane è arrivato dopo quasi due anni.

«Devo ringraziare Gaetano Renda, che ricordo con affetto, che con il Centrale è stato uno dei primi a crederci. È un altro aspetto bello di questa avventura. C’è stata una rete molto bella di persone che hanno creduto in questo film e gli hanno permesso di restare in sala a lungo. Al Cinema Mexico di Milano siamo rimasti in programmazione per un anno e otto mesi. Ogni volta ci inventavamo qualcosa di diverso: le musiche, gli attori, abbiamo portato i formaggi della valle in sala e il pubblico in tour in valle Maira sui luoghi del film».

Come sta vivendo le polemiche di questi giorni sui finanziamenti al cinema?

«Non bisogna politicizzare la cultura. L’espressione artistica come tale deve essere libera. Mi dispiace che le scelte che sono state fatte sul tax credit abbiano favorito le produzioni internazionali mentre il cinema italiano è stato tagliato. Sono scelte che rischiano di impoverire il nostro patrimonio culturale».

Di cosa si sta occupando ora?

«Sto scrivendo un nuovo film. Mi piacerebbe girarlo in Piemonte o in Emilia-Romagna. Magari fra tutte e due, dato che sono le mie due case».


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