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Venezia 2025, l’autogol micidiale di George Clooney nel film “Jay Kelly”. E il divo del cinema diserta la conferenza stampa a causa “di una grave sinusite”

“Questa è la mia faccia da ascolto”. Si giustifica così, della sua proverbiale e catatonica monoespressività, George Clooney, in scena da attore come “Jay Kelly”, verso la figlia che lo sta insultando e cacciando via. Già, perché “Jay Kelly”, diretto da Noah Baumbach, e finito inopinatamente in Concorso a Venezia 2025, è un autogol micidiale per la mai memorabile arte performativa del divo hollywoodiano.

Se ci parlate di glamour, di capsule per il caffè, di abiti ben portati, di dichiarazioni politiche anti repubblicane post visione, allora Clooney è il vostro uomo. Per chi invece chiede a Clooney il minimo sindacale fronte macchina, “Jay Kelly” è una involontaria ammissione di colpa perenne, affogata oltretutto in una sorta di scult imperituro che si scolpirà negli anni. Clooney/Kelly è un 60enne star hollywoodiana ultrapopolare vecchio stile che, dopo aver girato l’ultima toccante scena di un film che non guarderebbe nemmeno una casalinga dell’Ohio, e con la scusa di un premio alla carriera da ritirare in Italia, decide di mollare tutto, ma in maniera molto soft, seguendo di nascosto a Parigi e poi in Toscana la figlia appena maggiorenne che non vuole vivere di jet e piscine ma con tenda e treno in seconda classe (sic!).

Jay è un signore pieno di charme, appunto, attorniato da un team tuttofare che lo isola dalla realtà, ma anche un notevole menefreghista, algido opportunista e poco generoso con i colleghi e le sue due figlie e che, a quanto pare, si è intromesso ad un provino di un amico quarant’anni prima rubandogli ragazza, parte e carriera.

Dopo una decina di minuti di frastornante chiacchiericcio tra mogli, figli, manager, guardie del corpo, segretarie, dove le linee di dialogo multiple si sovrappongono caotiche, Jay Kelly sbanda immediatamente in una traballante chiave onirico pittoresca del viaggio in Italia (e qualche grammo parigino) per rimanerci circa due ore. Essendo però tutto in mano a un intellò newyorchese che si ispira da vent’anni a Woody Allen anni ottanta, senza averci cavato un ragno dal buco (mezza ragnatela gli è riuscita con “Marriage story”), Jay Kelly diventa un terrificante pasticcio di toni formali e pretese tragicomiche, disseminato di una quantità inusitata di cliché umani, culturali, geografici che farebbero irritare un Giobbe.

Immaginate cosa possa diventare un vagone di seconda classe con Clooney/Kelly ciarliero (“come posso interpretare la gente se non la incontro?”) pieno di vacanzieri che parte da Parigi per arrivare praticamente a Pienza, tra preti, vecchiette, scippatori, ragazzine alternative, e perfino un tizio che mangia coni gelato gocciolanti (in treno!). Scorci scenografici improbabili si stagliano su cartoline kitsch da colline verdi e alberelli della val d’Orcia, mentre Clooney/Kelly cerca invano di ricostruire rapporti con figlie, anziano padre richiamato con un jet per l’occorrenza, e il suo manager (Adam Sandler) a sua volta con famigliola a casa in crisi (la moglie sempre al telefono è Greta Gerwig, moglie di Baumbach).

Essere se stessi oltre ruoli professionali e immagine pubblica per Clooney/Kelly diventa impossibile, anche perché il mea culpa non è mai approfondito e concretamente cercato, ma frammentato in mille rivoli di ingiustificato autocompiacimento e di puerili siparietti in funzione di alleggerimento.

Tra questi l’arrivo di Alba Rohrwacher in veste di colorata autista (sconcertante, ma per come l’ha pensata Baumbach) o delle figurine che popolano il mini mondo di cinefili a bordo piscina. Anche se ammettiamo che la qualifica di scult viene raggiunta nelle ultime due sequenze sempre in bilico tra sogno e realtà con Clooney che balla in piazza sul ritmo di Furore della Carrà o sempre lui che insegue in un bosco pieno di nebbia la figlia più grande confessando di averla sacrificata perché voleva far carriera.

In Concorso, con targa Netflix, forse perché Baumbach sta composto a tavola, legge i libri giusti ed è il marito della regista di Barbie.

Clooney ammalato salta conferenza stampa – “Sono molto dispiaciuto” per l’assenza alla conferenza stampa di presentazione del film “Jay Kelly” alla Mostra del cinema di Venezia. Lo ha fatto sapere l’attore George Clooney indisposto a causa di una “sinusite molto grave”. Il regista del film Noah Baumbach ha sottolineato che “anche le star del cinema si ammalano”.


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