Vecchioni: “I nostri ragazzi vivono nella nebbia e gridano il loro disagio. I cuoricini sui social? Sono una richiesta d’identità”

Vecchioni difende i giovani che “vivono nella nebbia” e i loro linguaggi social, contrapponendo il loro disagio alla rassegnazione degli adulti che hanno smesso di lottare. Il professore invita i docenti a mantenere vivo il dialogo tramite la condivisione costante del sapere, unica bussola per orientare ragazzi in cerca d’identità.
Niente prediche sul “ai miei tempi”, nessuna demonizzazione degli smartphone. Roberto Vecchioni guarda i ragazzi di oggi e vede quello che molti adulti, distratti o stanchi, ignorano: la nebbia. In un’intervista a Il Messaggero, il professore traccia una diagnosi che suona come un allarme per il mondo della scuola e delle famiglie.
Se i giovani d’oggi sembrano persi, la colpa non è della loro fragilità, ma dell’assenza di coordinate. “I giovani gridano il loro disagio“, spiega Vecchioni. Un urlo che nasce proprio perché “vivono nella nebbia” e che a volte sfocia in “azioni che non sono classificabili“. Manca la rotta, mancano le mappe.
La resa degli adulti
Il problema, secondo Vecchioni, è a monte. È in una generazione adulta che ha abdicato al proprio ruolo guida. C’è una data di scadenza all’entusiasmo civile: “Dopo i 40 anni“, osserva il cantautore, subentra la stanchezza. Scatta il “non voglio più lottare“, ci si accontenta di “quello che si ha“.
Mentre i “grandi” si chiudono a riccio, il mondo esterno fa lo stesso. La società attuale “va verso la chiusura“, rendendo l’apertura difficilissima e la democrazia una conquista da difendere ogni giorno. In questo contesto asfittico, i ragazzi cercano aria.
La lezione del Professore: “Condivido tutto”
Cosa può fare chi sta dietro la cattedra? Vecchioni offre, forse involontariamente, un modello di aggiornamento continuo. Non si tratta di corsi obbligatori, ma di attitudine. Lui studia “praticamente sempre”. Ma la cultura non è un bene da accumulare in silenzio: “La condivido sempre. Con gli studenti, con la famiglia“. Appena scopre qualcosa, la rimette in circolo. È l’idea di un insegnamento che non è trasferimento di nozioni stantie, ma condivisione di una scoperta in tempo reale.
Slang ed Emoji: la lingua dell’identità
Vecchioni smonta anche uno dei pregiudizi più radicati nelle sale professori: l’impoverimento linguistico causato dai social. La sua posizione è netta, quasi provocatoria: “Amo anche gli emoticon, il linguaggio dei social e le nuove anomalie lessicali“. Dove altri vedono ignoranza, lui vede bisogno di appartenenza.
“Anche i loro linguaggi, gli slang, persino i cuoricini, hanno un senso: è il loro modo di distinguersi“. Certo, il distinguo è d’obbligo. Scrivere “ti amo” con quattordici cuori non vale un “ti amo” detto guardandosi in faccia, motivato dai fatti. Ma la forma non è il nemico. I veri nemici, quelli da non accettare mai, sono i contenuti tossici che a volte passano per quei canali: “La violenza, il possesso in amore“. Lì c’è il vero disagio.
Il dialogo (che funziona)
Che la comunicazione non sia interrotta lo dimostra la musica. Vecchioni cita il duetto a Sanremo con Alfa, un dialogo alla pari. Il giovane ha riscritto, infatti, il finale di Sogna ragazzo sogna. “Alfa è stato bravo“, riconosce il professore, “ha capito perfettamente cosa volevo dire. Io volevo una risposta, e lui l’ha data“.
Ed è forse questa l’unica ricetta possibile per uscire dall’“imbuto difficile” in cui si è cacciato il mondo: smettere di giudicare la sintassi dei ragazzi e iniziare ad ascoltare le loro risposte. Conservando, come fa Vecchioni, una “speranza bambina“.
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