Vanities: Elogio del vuoto :: Le Recensioni di OndaRock
Vanità: sei lettere, un’infinità di concetti da descrivere. Il peccato capitale, il “havel havalim” menzionato nell’Ecclesiaste, le caratteristiche pitture allegoriche del Barocco, gli spazi liminali, di passaggio, a ricordarci della propria condizione di isolamento. In questo ricco spettro di significati e interpretazioni la compositrice francese Barbara Braccini, meglio nota come Malibu, non soltanto non preferisce un’accezione rispetto alle altre, ma in “Vanities” decide di sfruttarle tutte, dando vita a un progetto tanto espansivo quanto alienante, elegiaco e desolato allo stesso tempo. Frutto di anni di contributi e studi su formati “minori” (principalmente Ep e mixtape), il primo album vero e proprio sotto questo moniker si addentra nelle sinuosità di un’ambient informe, giocata principalmente su strascichi di synth e voci, apparentemente impassibile ma provvista di una sua austera emotività. Perché l’isolamento esige anch’essa una sua specifica poetica.
Rispetto ai disegni protratti di “One Life” e soprattutto “Palaces Of Pity”, che hanno corteggiato uno stile rarefatto, denso pur nella bassa frequenza delle sue ondate sonore, “Vanities” opera su un piano diverso, per forme e per attitudine. A eccezione del quartetto conclusivo, vicino nelle intenzioni alle fattezze dei progetti predecessori, l’intero disco si assesta piuttosto su minutaggi medio-brevi, quasi sconfessando la tendenza tipica del genere a conteggi ben più espansi. Ciò non pregiudica affatto la natura immersiva dell’ascolto, anzi questa viene amplificata nella scarna fugacità delle vignette, catturate in istanti che ne esaltano tutto lo spessore emotivo.
Al netto della forte semplicità d’impianto, l’impatto dei brani giunge moltiplicato, sfruttando la natura innodica della voce di Braccini, espressiva e icastica anche senza l’impiego di una singola parola. Grazie ad essa ha controllo su spazi deserti, terre di confine che anche una sola linea vocale riesce a poetizzare: l’intero album è il suono di vuoti finalmente colmati, di aree grigie rischiarate finalmente da una luce di speranza.
Oltre i synth glaciali, oltre i bordoni industriali da capannoni dismessi, Malibu esprime una dolcezza nascosta (“So Sweet And Willing”, per l’appunto), lascia filtrare addirittura melodie arcane (il pianoforte e il flauto di “L’empire du vide”, impregnata di suggestioni Enigma), addentrandosi in territori dove l’isolamento diventa una questione prettamente descrittiva. C’è tutta la fede (il tocco quasi sacrale, à-la Kara-Lis Coverdale, di “Spicy City”), tutta la forza interiore di una soggettività che sa individuare il sole dietro le nuvole anche quando pare impossibile (le rade forme trance di “Lactonic Crush”, come il lento diradarsi della tempesta).
Nell’ultimo quartetto di brani il concetto si esplicita alla perfezione: anche quando le mareggiate sonore si fanno più meditabonde (l’avvolgente stesura di “Contact”), anche quando tutto sembra portare alla disfatta definitiva (il titolo truffaldino di “Watching People Die”, sorprendente lento pianistico) emerge un diffuso calore, una decisa tenerezza che scorge negli ambienti circostanti la quiete offuscata, la promessa di un nuovo futuro. Sola di fronte al vuoto, Braccini ne tesse il più commosso elogio.
06/01/2026




