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Vance e Ghalibaf, i due leader con il sogno della presidenza

Da una parte JD Vance, 41 anni, l’ex marine (senza ruoli da combattimento) che aspira alla presidenza degli Stati Uniti ma non ha ancora mai tentato la fatidica corsa. Dall’altra Mohammad Ghalibaf, 64 anni, l’ex pasdaran (soprannominato «il picchiatore» per essersi vantato di aver usato il manganello nella repressione del 1999) che aspira anche lui alla presidenza, ma del suo Iran, dopo averci provato quattro volte senza mai riuscirci. Sono loro le pedine di punta delle due potenze in conflitto, gli «ambasciatori» designati a trattare la pace ma soprattutto a impedire che i rispettivi Paesi perdano la guerra. La trattativa che si è aperta in Pakistan potrebbe essere per il vicepresidente americano e il presidente del Parlamento iraniano un trampolino di lancio verso traguardi ancora più ambiziosi oppure il preludio della loro parabola. La posta in gioco nazionale è alta, ma quella personale lo è ancora di più.
Vance ha ricevuto linee guida «piuttosto chiare» da Donald Trump sui negoziati, come lui stesso ha dichiarato ai giornalisti: se gli iraniani saranno disposti a trattare in buona fede, gli Stati Uniti tenderanno loro la mano, ma se Teheran cercherà di «giocare» con Washington o di prendere tempo, le operazioni militari riprenderanno. Ghalibaf ha pieni poteri decisionali, secondo fonti del New York Times, e non è difficile immaginare la ragione, visto che la Guida Suprema Mojtaba Khamenei è gravemente ferita dal 28 febbraio, primo giorno dei raid, ma resta molto vicino al nuovo dittatore. Eppure anche il suo solco è segnato: raggiungere un accordo o abbandonare il tavolo, con l’Iran pronto a usare lo stretto di Hormuz come arma di ricatto internazionale e a resistere al Grande Satana.

Entrambi sono i migliori mediatori che l’una e l’altra parte hanno ritenuto di poter esprimere in questa fase. Vance è stato la voce più scettica e contraria al conflitto contro la Repubblica islamica all’interno dell’amministrazione Trump. Ne temeva i costi e il caos regionale che poteva scaturirne, interessato soprattutto a non indispettire la base Maga, il nucleo più fedele e attivo dei sostenitori di Trump, che sulla scorta del motto «America First» è ostile all’interventismo militare degli Stati Uniti e contrario alle guerre infinite.
Ghalibaf, da parte sua, è uno dei pochi leader iraniani che può vantare esperienza, reti di potere e ambizione, dopo la decimazione dei vertici della teocrazia nei bombardamenti. Ha credibilità militare fra i pasdaran, di cui ha guidato l’Aeronautica negli anni ’90. È stato anche comandante della polizia iraniana e sindaco di Teheran per 12 anni, durante i quali si è occupato della ricostruzione dopo la guerra con l’Iraq. Un profilo non religioso ma ideale per fare da collegamento fra potere legislativo, militare e imprenditoriale in Iran, un profilo buono anche per gli Stati Uniti, che lo considerano uno degli interlocutori più pragmatici.

Entrambi, però, rischiano molto. Vance si trova di fronte alla prova diplomatica più importante da vicepresidente. Il pericolo di prolungare un conflitto che non voleva, ne potrebbe offuscare l’immagine in vista della corsa alla Casa Bianca.

Anche per Ghalibaf, le ambizioni personali potrebbero infrangersi di fronte a un fallimento, che lo renderebbe molto vulnerabile di fronte all’ala dura dei pasdaran, già critica per la scelta di un conservatore pragmatico come lui alla guida della delegazione iraniana. La partita è delicatissima per i due uomini di punta scelti da Stati Uniti e Iran. In gioco non c’è solo la fine o meno del conflitto, ma il futuro politico di entrambi.


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