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Valeria Solesin, parla la mamma delle ricercatrice morta nella strage del Bataclan: «Il dolore c’è ma assume forme diverse, entra nella vita quotidiana. Di lei mi manca lo spirito ironico»

Valeria Solesin aveva 28 anni il 13 novembre 2015. Brillante giovane ricercatrice, lavorava all’Università di Parigi. Quel giorno di dieci anni fa, insieme alla sua amica Alessia e ai rispettivi fidanzati, decidono di andare al concerto del gruppo rock statunitense Eagles of Death Metal, al teatro Bataclan di Parigi.

Quella tragica sera, nel corso di sei sparatorie diverse nei luoghi pubblici di Parigi (la più sanguinosa delle quali avviene appunto al Bataclan), muoiono per mano dei terroristi islamici 130 persone. Una di queste era Valeria Solesin.

Il dolore di chi è sopravvissuto a quella sera, camminando sui corpi di altri ragazzi e nascondendosi miracolosamente, si è sommato a quello delle tante famiglie che non hanno più visto tornare i loro figli a casa. Famiglie come quella di Lucia Milani, che dieci anni fa perse in quella strage insensata sua figlia Valeria, e che oggi, di tanto in tanto, torna a Parigi, la città dove «Valeria è stata felice».

Con una forza enorme, la mamma di Valeria Solesin ha sempre voluto ricordare sua figlia con il sorriso, facendo in modo che coloro che l’hanno uccisa non l’avessero vinta due volte, stravolgendo la vita di tutti loro, pur nell’immenso dolore che le hanno causato. Lucia, racconta al quotidiano Il Nord Est, sarà a Parigi per il decennale della strage, e parteciperà alla Marche de l’égalité, che partirà il 10 novembre da place de la République (là dove ogni anno il 13 novembre vengono portati migliaia di fiori in memoria delle vittime), organizzata dall’Association française des Victimes du Terrorisme.

Questi, per Lucia Milani, «sono stati dieci anni molto brevi, volati in un attimo». Anni di dolore, «di incredulità per quello che è successo», di ricordo della sua ragazza vivace, allegra, determinata, studiosa, talentuosa, «volontaria di Emergency e bravissima a organizzare i pic-nic». Una ragazza raccontata con il cuore di una madre che non riesce ad accettare di averla persa così.

«La immagino docente universitaria, magari proprio alla Sorbona», dice. «La vedo con dei figli, ci teneva moltissimo. La vedo circondata di amici».

Il dolore, la memoria, il tempo che passa sono al centro dei pensieri di una madre che dieci anni fa all’improvviso ha perso sua figlia, in una serata come tante che si è trasformata in tragedia. Una di quelle cose a cui è difficile trovare un senso, dare un significato, provare a costruire un racconto che aiuti a darsi pace. Eppure, spiega Lucia Milani, «il tempo ti costringe a guardare avanti. Non si può vivere con il fazzoletto in mano. Il dolore c’è ma assume delle forme diverse, viene tenuto in qualche modo sotto controllo ma entra nella vita quotidiana». E in questo far passare il dolore, tenerlo sotto controllo, c’è anche la rinuncia all’odio: «Non ho mai provato odio e credo che ciò sia dovuto anche alla mia partecipazione al processo: questi uomini sono ben poca cosa».

La memoria, dice Lucia Milani, è necessaria, anche se dolorosa. Ha un senso, e anche un senso profondo, da un punto di vista sociale e culturale. «Ci sono persone che hanno avviato Fondazioni e penso a Gino Cecchettin, che porta avanti la memoria di Giulia con progetti contro la violenza sulle donne. Nel mio caso penso che la memoria di Valeria possa essere un argine contro il terrorismo. È necessario ricordare quello che è successo, cercare di capire, riflettere».


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