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Valentino, il ricordo di Antonio Bandini, il suo braccio destro per 10 anni: «Io e lui nello stesso ufficio, una scrivania di fronte all’altra. I racconti di Audrey Hepburn e Jackie Kennedy, le confidenze e le risate. E quella volta che l’ho mandato a quel paese»

E le fecero sapere che era stato assunto.
«Madame Baufumé mi chiamò poco dopo: “Sei seduto? Valentino ha scelto te”. E lì sono morto: mi volle come suo braccio destro, design director di tutte le collezioni donna, dal prêt-à-porter all’Alta Moda».

Iniziò in Valentino direttamente dal gradino più alto.
«La gavetta l’avevo già fatta altrove. Mi ritrovai a condividere l’ufficio con lui: io e il signor Garavani nella stessa stanza, noi due soli, una scrivania di fronte all’altra».

Com’era l’atmosfera in quella stanza?
«Gliela lascio immaginare. C’era una luce, che poteva essere verde o rossa, a seconda degli impegni ma anche all’umore: in base a quella, la gente capiva se poteva entrare o meno. Io ero un ragazzino che viveva a Parigi libero, tranquillo, spensierato. Mi sono ritrovato in quella stanza e ho pensato: “Oddio, qui è dura. Come faccio?”. Tornavo a casa, la sera, e mi mettevo a piangere»

Parlavate solo di lavoro, in quella stanza, o c’era spazio anche per confidenze più personali?
«Siamo arrivati anche a quelle, col tempo. A un certo punto mi sono detto: “Io così non posso vivere qui dentro”. È stata tutta una conquista, lenta ma progressiva. Piano piano ho aperto la porta, ho messo la musica, ho cominciato a ridere ogni tanto, a fare un po’ di baracconate, a far entrare sempre più spesso lo staff. Fino ad allora funzionava che tutti i responsabili dei vari settori mi passavano sulla porta quel che dovevano sottoporre al signor Garavani, e io glielo giravo. Ero un filtro. Non è stato facile, ma ogni sera che uscivo da lì, ripetevo tra me e me: “Ma che fortuna immensa che hai”».

Come ha conquistato la sua fiducia?
«Io sono andato incontro a lui, e lui è venuto incontro a me. Sempre nel massimo rispetto reciproco».

In un aggettivo, come definirebbe il vostro rapporto?
«Col passare del tempo è diventato meraviglioso. Ovviamente lui faceva un po’ il personaggio, ma la realtà è che era simpaticissimo e super easy, quando voleva lui. C’era questo gioco tra di noi: faceva la primadonna, e qualsiasi cosa io proponessi, all’inizio non andava mai, mai bene. Ma poi la faceva. Insomma, era tutta una dinamica per mettere le cose in chiaro: “Bello, qui decido io, ok?”. Una volta che abbiamo trovato la nostra misura, sa quante risate ci siamo fatti?».

Che cosa avevate in comune?
«Lui era una persona simpaticissima, professionista, super esigente, amante della perfezione e del bello, come abbiamo ripetuto tante volte in questi giorni. Io ero esattamente come lui: a me faceva godere questa cosa. Era tutto difficile, non le voglio dire che fu un idillio da subito. Intanto ero in mezzo tra lui e Giammetti, e già questo vuol dire tutto. Ma lavorare a quel livello, con quella qualità che io non ho mai più ritrovato altrove, mi faceva gioire. Io ho bisogno di quel lavoro fatto bene, con intelligenza, con amore e passione. Lui sentiva questo, in me. Dopo qualche anno, ricordo che alle prove di un fitting mi disse: “Ma basta, Antonio, sei peggio di me! Non ti sopporto più!”. Quella fu la consacrazione, per me: diede la sua zampata, ma intanto mi fece il complimento più bello».


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