urla, insulti e vendette. Tentano di mettere all’angolo Bomprezzi, scoppia il finimondo

ANCONA – La prima legge di Murphy è nota ed è del 1949: «Se qualcosa può andar male, lo farà». Il leggendario Pd marchigiano scavalca persino l’assioma dell’ingegnere americano. Per i nostri amici marziani «se qualcosa può andare male, andrà pure peggio». Mai dubitare della capacità dei dem nostrani di prendersi a schiaffi da soli: gli eroi della galassia non tradiscono le aspettative e il Conero Break di Ancona ieri si è trasformato in un’arena per il combattimento tra galli. Urla, insulti, recriminazioni: un’assemblea regionale spumeggiante, insomma, che come sempre si conclude con un nulla di fatto. Mozioni non votate, decisioni non prese: in mezzo, la rappresentazione plastica di un partito ai confini della realtà.
Le reazioni
«Non siamo marziani, ma oltre il sistema solare: fori proprio», il commento caustico con classica inflessione anconetana di un’esponente dem mentre se ne va indignata ad assemblea ancora in corso. «Roba psicopatica, il Corriere Adriatico domani ci fa due pagine», la preveggenza da Branko del segretario provinciale di Macerata Sciapichetti. «Ragazzi ma potevamo vince le elezioni se questo è il partito? – ritorna lo slang dorico nelle riflessioni sconsolate dei partecipanti – dopo tre giorni facevamo a cagnara». Come si è arrivati a questo cataclisma verbale e politico? In un uggioso sabato pomeriggio, i dem marchigiani si riuniscono in assemblea regionale – convocata dopo una richiesta formale di 21 membri – per l’analisi del voto (alla buon’ora: Acquaroli governa da 4 mesi e Ricci è tornato a Bruxelles). Bomprezzi, segretaria regionale sul tetto che scotta, fa la sua relazione iniziale, invitando all’unità (che già fa ridere così, diciamocelo): «Vedo riaffacciarsi logiche di correnti e divisioni che pensavo superate. Lo sappiamo come vanno a finire queste cose: si rischia di schifare l’elettore. La segreteria nazionale vede il partito delle Marche come uno dei più divisi d’Italia. I segretari vanno rispettati, non abbiamo bisogno di capi bastone», alza i toni, incassando qualche applauso. Poi tende la mano, proponendo «un tavolo costituente che riunisca le persone più autorevoli del partito per rilanciare il Pd marchigiano».
Parterre de rois
Accanto a lei siede la presidente dell’assemblea Venerucci: ricordate questo personaggio perché tornerà più avanti nella storia. In platea siedono, tra gli altri, i deputati Manzi e Curti, i consiglieri regionale Mancinelli, Mangialardi, Mastrovincenzo, Cesetti e Catena, l’eminenza grigia del partito Francesco Comi. Ricci è assente perché a Napoli ad un’iniziativa di Bonaccini, ma il suo spirito aleggia come uno sparviero. Iniziano gli interventi: tutto fila liscio e sonnacchioso fino a quando prende la parola tal Giuseppe Barone del Pesarese – parlando a nome dei firmatari della lettera che chiedeva la convocazione dell’assemblea – e schiaffa sul tavolo una mozione con cui si chiede con urgenza di «svolgere e concludere i congressi provinciali entro metà aprile». Nel testo della mozione si ritorna con la memoria alla fase della formazione delle liste per le Regionali: «È stato un vero disastro. La segretaria si è presentata con una sua lista, non concordata e non approvata dal candidato alla presidenza della Regione. Risultato: la stampa ha presentato il Pd come un partito spaccato e rancoroso, rendendo la corsa di Matteo ancora più impervia. Non contenti di questo, all’indomani delle elezioni, siamo stati per giorni ridicolizzati sulla stampa per la pietosa vicenda legata alla fallace espulsione dal partito del nostro amico Mastrovincenzo, nel totale silenzio della segreteria regionale».
L’inizio della fine
Documento caustico che in pochi attimi scatena l’inferno. L’onorevole Manzi da Macerata prova a gettare acqua sul fuoco, invitando a non mettere ai voti la mozione: «Venerdì la direzione nazionale fisserà la finestra dei congressi provinciali», il tentativo di buttare la palla in tribuna. La stoppa subito la presidente Venerucci – ve la ricordate, sì? – considerata molto vicina all’ex sottosegretaria Morani, quest’ultima passata da madrina a nemica giurata di Bomprezzi: «Credo sia invece utile mettere in votazione la mozione, poi vedremo cosa dice il nazionale», la replica alla deputata. A questo punto interviene Comi, l’uomo che sussurra ai segretari (compresa Bomprezzi): «Non serve questo atteggiamento, se non a contarsi. Vogliamo davvero far vedere al nazionale che siamo messi così? Non possiamo fare i congressi nella fase referendaria (e delle Amministrative, ndr). Ci commissariano». Una questione di lana caprina, quella dei congressi provinciali, che dovranno comunque tenersi entro l’anno: la mozione rappresenta il surrogato della richiesta di dimissioni alla Bomprezzi che una fetta del partito avrebbe voluto presentare. La cosiddetta minoranza – che fa riferimento in primis a Morani e Ceriscioli, ma in realtà l’asse pesarese si è rinsaldato in tutto il suo complesso, includendo pure Ricci – che con la mozione ora vuole contarsi per capire se è davvero minoranza.
Botte da orbi
Comi lo capisce, si guarda intorno, vede che una fetta dei presenti non è dalla parte sua e di Bomprezzi. Il ragionamento è chiaro: si rischia di dare un messaggio di debolezza e così blocca l’operazione: «Chiedo la verifica del numero legale», sbraita. Parte la diatriba verbale con Venerucci, che alza il tiro: «Io faccio votare, dato che rappresento il partito». «La vostra è volontà divisiva», replica Comi. Gli fa da sponda Sciapichetti, che nell’uscire commenta al veleno: «Stamo qui fino a stasera perché quessa (Venerucci, ndr) vuole spaccà su ordine del mandante», in dialetto doc. Il «mandante» è una non meglio identificata entità geolocalizzata a Pesaro, traducibile nella triade Ricci-Morani-Ceriscioli. «Questi di Pesaro c’hanne fatto perde le elezioni e adesso vengono qui a darci lezioncine», la colorita analisi del voto di un capannello dorico. «Voglio bestemmiare», la sintesi da concistorio di Sturani junior. L’assemblea si chiude dopo 4 ore di strepiti – nel frattempo se ne sono andati quasi tutti, nauseati – con un nulla di fatto: la mozione non viene messa ai voti, nessuna conta tra maggioranza e minoranza. Solo rabbia e delusione. La ciliegina sulla torta è il comunicato mandato dalla segreteria ad assemblea conclusa: «Il Pd Marche promuove così una fase di rilancio: un partito inclusivo, al servizio dei territori, pronto a essere laboratorio di proposte concrete». Un livello di surrealismo che avrebbe spiazzato pure Dalì.




