Un’operazione di fanteria il vero bivio americano che può far saltare tutto
La decisione improvvisa di Donald Trump di restare a Washington sta alimentando un clima di forte tensione e di crescente inquietudine. Formalmente, l’amministrazione continua a descrivere la situazione come una fase di consultazioni strategiche e di monitoraggio della crisi regionale, ma dietro le formulazioni ufficiali si moltiplicano indiscrezioni e interpretazioni che convergono tutte verso la stessa conclusione: la Casa Bianca starebbe valutando un nuovo attacco contro l’Iran, potenzialmente molto più esteso e rischioso di quelli già condotti nei mesi scorsi.
Le operazioni di marzo e aprile erano state presentate come una dimostrazione schiacciante della superiorità militare americana e israeliana, ma il passare delle settimane ha progressivamente incrinato questa narrazione.
Il dato che sembra aver colpito maggiormente gli ambienti militari americani riguarda però lo Stretto di Hormuz. Nelle ultime settimane è emersa con sempre maggiore chiarezza la difficoltà della Marina statunitense nel garantire in maniera stabile e sicura il flusso mercantile attraverso il passaggio strategico più importante del pianeta per il commercio energetico senza dover affrontare un’escalation militare molto più ampia.
È in questo contesto che stanno assumendo peso le indiscrezioni relative a un possibile salto di qualità dell’intervento americano. Se nella prima fase del conflitto il coinvolgimento statunitense si era concentrato prevalentemente su operazioni aeronavali, ora si fa strada l’ipotesi che la Casa Bianca stia valutando anche l’impiego in combattimento di propri reparti di fanteria. Non certo nel quadro di una classica invasione dell’Iran, ma attraverso operazioni limitate affidate a Marines e aerotrasportati con l’obiettivo di condurre operazioni all’interno del territorio iraniano.
Ed è precisamente su questo punto che molti osservatori collocano il significato profondo delle dimissioni di Tulsi Gabbard dal ruolo di Director of National Intelligence. Per quanto da sempre scettica verso le avventure militari, Gabbard non era considerata completamente ostile a un uso circoscritto della forza contro Teheran fintanto che il confronto restava confinato alla dimensione aeronavale. Diverso, invece, sarebbe stato il suo atteggiamento di fronte alla prospettiva di un coinvolgimento diretto di reparti di fanteria, tanto che la prospettiva di un attacco lanciato anche attraverso l’impiego di truppe terrestri avrebbe convinto Gabbard a prendere definitivamente le distanze dall’amministrazione.
E tutto questo mentre le tensioni sul mercato energetico iniziano a produrre effetti sempre più evidenti sulle economie del Golfo.
Arabia Saudita ed Emirati, inizialmente favorevoli a una dimostrazione di forza contro Teheran, appaiono oggi sempre più preoccupati dalla prospettiva di una nuova fase del conflitto che potrebbe esporre le loro infrastrutture strategiche ad attacchi diretti e destabilizzare ulteriormente l’intero sistema regionale.
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