Una storia personale che diventa coscienza collettiva nel volume “Le parole fanno più male delle botte”, scritto da Paolo Picchio

Le parole fanno più male delle botte, scritto da Paolo Picchio e pubblicato da De Agostini, è un libro che nasce da una ferita profondissima ma sceglie, con lucidità e responsabilità, di non restare imprigionato nel dolore. È un’opera che trasforma una tragedia familiare in un messaggio universale, capace di parlare alla scuola, alle famiglie, alle istituzioni e, soprattutto, ai ragazzi.
Fin dalle prime pagine, il lettore comprende che non si trova di fronte a un semplice racconto autobiografico né a un memoriale intimo. Il libro si colloca in uno spazio più ampio, quello della riflessione civile e pedagogica, e pone una domanda che attraversa l’intero testo: che cosa significa educare nell’epoca digitale, quando le parole viaggiano senza confini e possono colpire con una violenza silenziosa ma devastante?
La vicenda di Carolina Picchio, prima vittima riconosciuta di cyberbullismo in Italia, rappresenta il punto di partenza, ma non l’unico centro della narrazione. Paolo Picchio compie una scelta etica e narrativa precisa: non ridurre sua figlia a simbolo del dolore, ma restituirle voce, dignità e complessità, permettendo al lettore di incontrare una persona reale, una ragazza con sogni, fragilità, passioni e domande irrisolte.
In questo modo, il libro evita il rischio della retorica e si propone come uno strumento di consapevolezza. Ogni pagina invita a guardare oltre l’evento drammatico per interrogarsi sulle responsabilità diffuse, sulle omissioni, sui silenzi e sulle sottovalutazioni che spesso accompagnano il disagio adolescenziale.
Il significato profondo di un titolo che interpella tutti
Il titolo dell’opera non è soltanto una frase forte, ma una vera e propria chiave di lettura. “Le parole fanno più male delle botte” è una constatazione che mette in crisi molte convinzioni radicate, soprattutto nel mondo adulto. Per troppo tempo, infatti, la violenza verbale, soprattutto quella mediata dagli schermi, è stata considerata meno grave di quella fisica, più facile da minimizzare, più semplice da giustificare come scherzo, bravata o leggerezza adolescenziale.
Il libro dimostra, invece, come le parole possano diventare strumenti di annientamento identitario. Nel contesto digitale, esse non si consumano nell’istante in cui vengono pronunciate, ma restano, si moltiplicano, vengono condivise, commentate, rilanciate. La vittima non può sottrarsi facilmente a questo flusso, che invade ogni spazio della vita quotidiana, annullando la distinzione tra dentro e fuori la scuola, tra pubblico e privato.
Paolo Picchio accompagna il lettore a comprendere come il cyberbullismo non sia un fenomeno episodico, ma un processo che si alimenta di dinamiche di gruppo, di assenza di empatia, di incapacità di mettersi nei panni dell’altro. In questo senso, il libro diventa uno strumento prezioso per la scuola, perché aiuta a riconoscere le forme meno evidenti di violenza, quelle che spesso sfuggono agli adulti ma che incidono profondamente sulla vita emotiva degli studenti.
Carolina: una presenza viva, non un’icona del dolore
Uno degli aspetti più educativi e umanamente potenti del volume è il modo in cui Carolina viene raccontata. Non come un nome da ricordare solo nelle commemorazioni, ma come una ragazza che continua a parlare attraverso le sue parole. Le lettere, i messaggi, le riflessioni lasciate da Carolina diventano nel libro un dialogo aperto con il lettore, un invito a interrogarsi sul proprio modo di stare in relazione con gli altri.
Questa scelta narrativa ha un valore pedagogico enorme. Restituire complessità alla figura di Carolina significa impedire che la sua storia venga semplificata o strumentalizzata. Significa riconoscere che dietro ogni episodio di bullismo c’è una persona con una storia unica, e che ogni gesto, anche apparentemente insignificante, può avere conseguenze imprevedibili.
Per gli studenti, questa rappresentazione è fondamentale. Carolina non viene presentata come una figura distante o irraggiungibile, ma come una ragazza simile a loro, con le stesse paure, gli stessi desideri di appartenenza, la stessa ricerca di riconoscimento. Questo favorisce un’identificazione autentica e apre la strada a una riflessione profonda sul proprio comportamento, sia come potenziali vittime, sia come autori o spettatori di violenza.
Dal lutto alla responsabilità: nascita di un impegno educativo
Il cuore del libro è il percorso di trasformazione che Paolo Picchio intraprende dopo la morte della figlia. Un percorso che non cancella il dolore, ma lo attraversa, lo riconosce e lo trasforma in impegno. Da questa scelta nasce la Fondazione Carolina, che nel corso degli anni è diventata un punto di riferimento nazionale per la prevenzione del cyberbullismo e la promozione del benessere digitale.
Nel libro, la storia della Fondazione non è raccontata come un elenco di risultati, ma come un cammino fatto di incontri, ascolto e confronto continuo con i ragazzi. Le testimonianze raccolte nelle scuole, le richieste di aiuto, le situazioni di emergenza affrontate mostrano come il disagio giovanile sia un fenomeno diffuso e trasversale, che riguarda contesti sociali e culturali diversi.
Per docenti e dirigenti scolastici, questa parte del testo offre uno sguardo concreto su ciò che significa intervenire in modo sistemico. Non basta un progetto occasionale o una lezione isolata sul cyberbullismo. Serve una visione educativa di lungo periodo, capace di coinvolgere tutta la comunità scolastica e di costruire alleanze con il territorio.
La scuola come luogo di ascolto e prevenzione
Uno dei messaggi più forti e ricorrenti del libro riguarda il ruolo della scuola come spazio privilegiato di prevenzione. Le parole fanno più male delle botte invita a ripensare la funzione educativa dell’istituzione scolastica, non limitandola alla trasmissione di contenuti, ma riconoscendola come luogo di relazioni, emozioni e crescita personale.
Paolo Picchio sottolinea come molti segnali di disagio siano presenti quotidianamente nelle classi: cambiamenti improvvisi di comportamento, isolamento, calo del rendimento, aggressività o chiusura emotiva. Spesso questi segnali vengono interpretati come problemi disciplinari o fasi transitorie, senza coglierne la profondità.
Il libro non colpevolizza gli insegnanti, ma mette in luce la difficoltà di svolgere un ruolo educativo complesso in un sistema che spesso non fornisce strumenti adeguati. In questo senso, il testo può diventare un alleato prezioso per la formazione dei docenti, aiutandoli a sviluppare uno sguardo più attento alle dinamiche relazionali e a riconoscere l’importanza dell’ascolto autentico.
Comprendere il disagio adolescenziale nell’era digitale
La riflessione proposta dal volume si arricchisce ulteriormente grazie alla prefazione dello psicoterapeuta Matteo Lancini, che colloca la storia di Carolina all’interno di un quadro più ampio di sofferenza giovanile. Lancini evidenzia come molti comportamenti violenti online siano il sintomo di un vuoto emotivo, di una difficoltà a dare un nome alle proprie emozioni e di una mancanza di adulti capaci di ascoltare senza giudicare.
Questa prospettiva è particolarmente rilevante per il mondo scolastico, perché sposta l’attenzione dal controllo alla relazione. Non si tratta solo di vigilare sull’uso dei dispositivi digitali, ma di accompagnare i ragazzi nella costruzione di un’identità consapevole, capace di riconoscere i propri limiti e quelli degli altri.
L’appendice curata dal Centro Studi della Fondazione Carolina, con il suo glossario dei fenomeni digitali, rappresenta un utile strumento di lavoro per insegnanti e studenti. Comprendere il significato delle parole è il primo passo per riconoscere i problemi e affrontarli in modo efficace.
Il dialogo con le istituzioni e il valore della legge
Il libro racconta anche il percorso che ha portato all’approvazione della prima legge italiana sul cyberbullismo nel 2017. Questo passaggio dimostra come una storia personale possa diventare motore di cambiamento normativo e culturale. La presentazione del volume al Senato della Repubblica rafforza questa dimensione istituzionale, mostrando come il tema della tutela dei minori online sia oggi al centro del dibattito pubblico.
Le riflessioni di Ivano Zoppi, segretario generale della Fondazione Carolina, sottolineano l’urgenza di superare i luoghi comuni e di costruire un dialogo autentico con i ragazzi. Il libro mostra come la legge, da sola, non sia sufficiente se non è accompagnata da un cambiamento culturale profondo, che coinvolga scuola, famiglie e società.
Per i dirigenti scolastici, questa parte del testo offre spunti importanti per collegare la normativa alle pratiche educative quotidiane, trasformando gli obblighi di legge in opportunità formative.
Una lettura che genera dialogo e cambiamento
Le parole fanno più male delle botte è un libro che non si limita a raccontare una storia, ma genera domande. Domande scomode, necessarie, che invitano a ripensare il nostro modo di educare, comunicare e stare insieme. È una lettura che può diventare punto di partenza per percorsi di educazione civica, per attività di riflessione in classe, per momenti di formazione e confronto tra adulti.
Per gli studenti, il libro offre la possibilità di riconoscersi, di sentirsi visti e ascoltati. Per gli insegnanti, rappresenta uno strumento per comprendere meglio il mondo emotivo dei ragazzi. Per i dirigenti scolastici, è un richiamo alla responsabilità educativa dell’istituzione.
In un tempo in cui le parole sembrano spesso perdere valore, questo libro ci ricorda che esse hanno un peso enorme. Possono ferire profondamente, ma possono anche aprire spazi di cura, dialogo e speranza. Sta a noi, come comunità educante, scegliere come usarle.
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