una ferita ancora aperta in America Latina
Il 30 agosto non è una data qualsiasi, bensì un giorno inciso nella memoria di intere comunità, un giorno in cui il dolore collettivo prende forma e parola per ricordare chi è stato strappato alla vita, alla legge, alla storia. È la Giornata Internazionale delle Vittime di Sparizione Forzata, istituita ufficialmente dalle Nazioni Unite nel 2010 ma nata molto prima, nel 1981, per volontà della Federazione Latinoamericana delle Associazioni di Familiari dei Detenuti Scomparsi (Fedefam), in risposta al terrore sistematico dei regimi militari in America Latina.
Da allora, questa data è diventata simbolo di lotta, di memoria e di richiesta di verità in troppo paesi del mondo. Ma cosa intendiamo esattamente per sparizione forzata? Secondo la definizione delle Nazioni Unite, si verifica ogni volta che una persona viene arrestata, detenuta o sequestrata contro la propria volontà da agenti statali, o da gruppi che agiscono con il loro consenso o appoggio, e successivamente si nega di rivelarne il destino o la sorte. In altre parole, è la negazione assoluta dell’essere, l’annullamento dell’individuo nella sua identità, nei suoi diritti, nella sua presenza stessa nel mondo.
Questa pratica non appartiene più solo agli archivi delle dittature: continua ad accadere in tempo reale, sotto i nostri occhi, spesso nell’indifferenza generale. Secondo il Comitato Internazionale della Croce Rossa, nel 2025 sono oltre 255mila i casi di persone scomparse sotto monitoraggio attivo, un numero mai raggiunto prima, aggravato dai conflitti armati, dalle crisi ambientali, dalle migrazioni forzate e dalle violenze sistemiche.
In America Latina, questa ferita è particolarmente aperta e continua ad essere “una pratica” ricorrente soprattutto in Messico. Qui, ad esempio, il fenomeno ha assunto proporzioni drammatiche tanto da rappresentare un problema strutturale che ha spinto la Onu a creare una commissione ad hoc. Dopo aver superato nel 2022 la soglia delle 100mila persone scomparse, il numero dei casi continua a crescere: +7,3% nel 2023, +6,3% nel 2024 e +12% solo nei primi mesi del 2025.
L’ultimo Informe Nacional de Personas Desaparecidas redatto dalla Rete Lupa fotografa un Paese dove l’assenza diventa la nuova normalità, e la ricerca dei propri cari è spesso un atto solitario e pericoloso.
Dietro ogni sparizione forzata c’è molto più di una violazione dei diritti umani, c’è una frattura profonda che investe il tessuto stesso della società. Chi scompare viene isolato dalla legge e quindi sottratto alla protezione giuridica, spogliato dei propri diritti e, spesso, della propria vita. Le persone detenute illegalmente vivono in condizioni di tortura e isolamento, consapevoli che nessuno sa dove si trovano e che le possibilità di essere salvati sono minime.
Nel frattempo, le famiglie vivono una doppia condanna: da un lato l’angoscia dell’assenza, dall’altro l’impossibilità di chiudere il cerchio del lutto. Vivono in una sospensione dolorosa, tra speranza e disperazione, costretti a continuare la vita quotidiana senza sapere se il proprio caro è vivo, se ha freddo, se sta soffrendo. E mentre le istituzioni spesso tacciono o voltano lo sguardo, i familiari devono affrontare anche le difficoltà burocratiche ed economiche legate alla mancanza di un certificato di morte: nessuna eredità, nessun sussidio, nessun diritto.
A portare avanti la battaglia per la verità sono soprattutto le donne: madri, sorelle, figlie e compagne che diventano attiviste, archiviste della memoria, instancabili cercatrici. Come le Madres y Abuelas de Plaza de Mayo in Argentina, le madri che cercano in Cile i resti dei lori cari vittime della dittatura di Pinochet, le madri di Soacha in Colombia, o le Madres Buscadoras in Messico, che negli ultimi anni hanno trovato più di mille corpi in fosse clandestine e riscattato quasi 1.500 persone. Donne che, pur senza alcuna protezione, sfidano lo Stato, la criminalità, l’omertà e che, per questo, pagano un prezzo altissimo: dal 2010 al 2024, almeno 22 Madres Buscadoras sono state assassinate in Messico, segno evidente di un rischio sistemico e strutturale.
Ma anche i bambini subiscono le conseguenze delle sparizioni. O perché scompaiono con i genitori o perché ne vengono separati, crescendo con vuoti affettivi e giuridici difficilmente sanabili. Vedendo compromesso il loro diritto all’identità, alla protezione, alla verità, crescendo con ferite invisibili che segnano intere generazioni.
E poi ci sono anche le comunità, impoverite, silenziate, frammentate da assenze che pesano come macigni, da verità che non si possono pronunciare, perché ogni sparizione è anche un messaggio: “Chi alza la voce può essere il prossimo”. Ecco perché ogni nome pronunciato, ogni volto ricordato, ogni storia raccontata, diventa atto politico, un gesto di resistenza e di insorgenza, una richiesta di giustizia e di verità.
Anche in Europa il fenomeno ha lasciato ferite non rimarginate e proprio in Spagna (paese dal quale sto scrivendo questo articolo) oltre 100mila persone risultano tuttora scomparse a seguito della Guerra Civile e della dittatura franchista. Famiglie intere continuano a cercare, scavando nelle fosse comuni, interrogando archivi, tentando di ricostruire memorie negate dove il silenzio ha fatto rumore per troppo tempo.
Ricordare chi manca è un dovere morale e politico, perché la memoria è una forma di giustizia e perché le persone scomparse mancano a tutti, non solo ai familiari che le cercano.
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