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Un secolo di Globetrotters: da Harlem alle stelle, il basket che si fece riscatto – Sport

Fanno ridere come Charlot. Solo che non usano il bastone, ma la palla. Divertono e intrattengono. Da un secolo. Quando ancora nessuno pensava che lo sport potesse essere showtime o avere glamour. Sono stati buffi, creativi, talentuosi. Ambasciatori di risate, gentilezza e libertà. E lo sono ancora: il loro tour si chiama 100. E per ricordare la prima vera nazionale universale dei canestri lo stilista Jeff Hamilton ha disegnato una nuova divisa. Gli Harlem Globetrotters festeggiano un secolo di vita.

Si sono esibiti ovunque con la loro maglia rossa bianca e blu: 27mila partite, 124 paesi visitati, 150 milioni di fan. Sono stati lo sport in versione pop, un prodotto d’esportazione, un’avanguardia della futura Nba (National Basketball Association). Un riscatto in un mondo di segregazione. My only sin is in my skin. L’unico mio peccato è nella mia pelle, cantava Louis Armstrong in Black and Blue a Chicago, in uno di quei locali solo per negroes, la Savoy Ballroom, non una sala da ballo per afroamericani qualsiasi. Perché prima della musica si esibivano i Savoy Big Five, cinque ragazzi con una palla da basket. Armstrong usava la voce, loro il corpo. A metterli insieme era stato Abe Saperstein, un ex compagno di scuola della Wendell Phillips High School. Un ebreo polacco, bianco, nato a Londra e cresciuto nell’Illinois. Aveva comprato la squadra che per intero si chiamava Black Savoy Big Five e che nel ’30 aveva cambiato il nome in Harlem Globetrotters per capitalizzare la notorietà culturale di uno dei quartieri afroamericani più noti di New York. In realtà i cinque erano tutti di Chicago: Walter Toots Wright, Byron Fat Long, Andy Washington, William Kid Oliver e Albert Runt Pullins.

Grazie alle intuizioni di Saperstein facevano cose strane e futuristiche: schiacciate (slam dunk), contropiedi (fast break), alley-oop, passaggi dietro la schiena e senza guardare, palla sotto le gambe, tiri da 10 metri (precursori dell’odierno canestro da 3 punti). Era però un’America dove i neri erano segregati (lo slogan era «Uguali, ma separati») e dove i bambini bianchi vedevano per la prima volta qualcuno che non assomigliava a loro giocare bene il loro sport.

Gli Harlem Globetrotters all’inizio erano una normale franchigia della Negro American Legion League, un torneo semi-professionistico dedicato solo a cestisti di colore, poi passarono nel World Professional Basketball Tournament, uno dei primi antenati dell’Nba. Giocare a basket diventò un lavoro: gag, balletti, magie. Arrivò il successo, i bianchi pagavano per vedere quella meraviglia. La squadra era costretta al doppio turno: una volta per il pubblico white e un’altra per quello black. Ma fuori dal parquet l’ammirazione cessava e i Globetrotters tornavano a essere cittadini di seconda classe. Niente hotel, ristoranti, bar. Via sciò, non vi azzardate a entrare.

Nelle trasferte dovevano arrangiarsi: una volta in Nebraska avevano dormito nelle celle della prigione, nel ’57 a Jacksonville, in Florida, nonostante fossero stati applauditi da 18mila spettatori, erano stati respinti da un albergo che in quel momento aveva come ospite d’onore Judy. Una scimpanzé che giocava a bowling e che meritava una suite piena di banane. L’animale poteva essere cliente, loro no. Anche se nel ‘48 e ’49, per ben due volte, avevano sconfitto la squadra più forte di allora, i “bianchissimi” Minneapolis Lakers.

Grazie anche a quel successo l’Nba aprì ai giocatori di colore e nel ’50 Chuck Cooper e Nat Sweetwater Clifton furono i primi Globetrotters a firmare per Boston e New York. In piena Guerra Fredda il governo americano li mandò in trincea e li usò come arma di propaganda per confermare il proprio spirito democratico. Quello che oggi si chiama sportwashing. All’estero i Globetrotters venivano ricevuti da re e regine e ospitati in grandi alberghi. Nell’agosto del ‘51 a Berlino si esibirono davanti a 75mila spettatori nello stesso stadio dove Jesse Owens 15 anni prima aveva umiliato Hitler. E così conquistarono l’Europa. A Capitol Hill erano contenti, ma il mondo comunista insisteva nell’accusare gli Usa: la vostra è una società che discrimina.

Così a Saperstein venne l’idea: portare i suoi ragazzi in Unione Sovietica per qualche partita. L’Urss nel ’59 rispose con un telegramma: Mosca e lo stadio Lenin aspettavano «a braccia aperte» i Globetrotters. A convincerli era stata la presenza di un ragazzone di 216 cm, nato a Filadelfia, che tre anni dopo sarebbe diventato una leggenda segnando la cifra record di 100 punti in Nba. Si chiamava Wilt Chamberlain, aveva la maglia numero 13, era stato ingaggiato per 50mila dollari. La trasferta iniziò in un clima un po’ sospettoso, ma dopo un po’ il pubblico si sciolse, si accalorò e rise. Applaudirono in 60 mila. Oh, si divertivano anche i comunisti. L’Urss assegnò ai Globetrotters la medaglia dell’Ordine di Lenin per meriti sportivi. Il capitalismo sotto canestro non era poi così male. La guerra diventò meno fredda, qualche mese dopo, a settembre, Nikita Krusciov, primo segretario sovietico, incontrò il presidente Dwight Eisenhower a Camp David.

Negli anni 60, quelli della contestazione, dei diritti civili, dell’orgoglio nero, i Globetrotters persero smalto: l’accusa era quella di aver soddisfatto il piacere dei bianchi. Muhammad Ali aveva combattuto il razzismo, loro lo avevano compiaciuto. Nel ’55 Bill Russell aveva rifiutato l’ingaggio con le parole: «Non sono un clown del basket, mi piace scherzare, ma non in campo». E infatti di campionati con i Boston Celtics ne avrebbe vinti 11. Nell’85 Lynette Woodard, oro olimpico a Los Angeles’84, diventò la prima donna a entrare in squadra, aprendo il marchio a un nuovo pubblico e a una nuova generazione di performer. I Globetrotters erano ormai un brand globale. E nel 2021 è arrivata la richiesta all’Nba: «Non potete più ignorarci, vogliamo giocare con voi».

Nell’ipotesi di allargamento del campionato da 30 a 32 squadre i Globetrotters chiedevano di esserci. Con una rivendicazione tecnica: «I movimenti in palleggio di Kyrie Irving? I passaggi no-look di LeBron James? Le schiacciate strepitose di Giannis Antetokounmpo? I tiri da metà campo di Stephen Curry? I contropiedi che hanno resero celebre Magic Johnson? Tutta roba che abbiamo inventato e proposto noi». Il copyright della modernità spettava a loro. Anche il family friendly. Non erano stati solo marionette. Spiegava il grande capitano Meadowlark Lemon: «Quando per farti ridere vedi il clown brancolare sul ghiaccio e fare finta di non riuscire a stare in piedi sui pattini, ricordati che quasi sempre è il miglior atleta del gruppo». Ridi, pagliaccio, ma soprattutto gioca.


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