«Un algoritmo vale più di una pistola», azione congiunta europea per la lotta a infiltrazioni mafiose

L’Umbria si prepara a diventare un laboratorio nazionale nella prevenzione delle infiltrazioni mafiose, puntando su uno strumento che intercetta uno dei terreni oggi più contesi tra Stato e criminalità organizzata: l’uso avanzato dei dati e degli algoritmi. La Regione è infatti la prima in Italia a dotarsi di un sistema predittivo capace di segnalare il rischio di condizionamento mafioso nel tessuto economico e amministrativo, un passaggio che arriva mentre le organizzazioni criminali, come racconta un’inchiesta appena pubblicata da L’Espresso, investono sempre di più in competenze informatiche e intelligenza artificiale per rendere più sofisticate e opache le proprie attività.
La notizia dell’adozione dell’algoritmo in Umbria, anticipata nei mesi scorsi da Umbria24, è stata confermata dal consigliere regionale Fabrizio Ricci, presidente della commissione Antimafia. La sperimentazione riguarda uno strumento sviluppato da un gruppo di ricerca dell’Università di Padova e pensato per supportare le amministrazioni pubbliche nella valutazione del rischio quando si tratta di appalti, concessioni, contributi e rapporti economici con le imprese. Non sostituisce l’azione investigativa o giudiziaria, ma la affianca, rafforzandola attraverso l’analisi automatizzata di grandi quantità di dati.
Il contesto in cui nasce questa scelta è quello di una criminalità organizzata che ha ormai superato la dimensione territoriale tradizionale. Le mafie, scrive l’Espresso, non cercano più soltanto manodopera criminale, ma programmatori, analisti, specialisti in intelligenza artificiale capaci di ottimizzare riciclaggio, frodi e infiltrazioni economiche. I reati diventano così più rapidi, replicabili e difficili da intercettare, sfruttando flussi informativi, vuoti normativi e fragilità dei sistemi digitali. È in questi “spazi grigi” che si colloca la sfida umbra: usare la tecnologia per rendere più trasparenti i processi decisionali, mentre le organizzazioni criminali la usano per mimetizzarsi meglio.
L’algoritmo adottato dalla Regione Umbria lavora esclusivamente su dati strutturati e in larga parte pubblici, come bilanci aziendali, assetti societari e indicatori economico-finanziari. Analizzando migliaia di variabili contemporaneamente, il sistema confronta il profilo di un’impresa o di un ente con quelli di realtà che, in passato, sono risultate infiltrate o condizionate dalla criminalità organizzata. Da questo confronto emerge un indicatore di rischio che segnala situazioni meritevoli di attenzione. Cambiamenti improvvisi nella struttura finanziaria, rapporti societari poco trasparenti o dinamiche economiche difficilmente giustificabili con la normale attività di mercato sono alcuni dei segnali deboli che il modello è in grado di cogliere, spesso invisibili a una lettura tradizionale ma ricorrenti nelle ricostruzioni giudiziarie.
Il risultato non è una classificazione definitiva né una sentenza. L’algoritmo restituisce una probabilità, utile a orientare controlli più mirati e approfondimenti successivi da parte delle amministrazioni e degli organismi competenti. Nei test condotti dai ricercatori, il sistema ha mostrato livelli di affidabilità elevati, con una capacità di riconoscere profili già noti come problematici che si aggira intorno al 90 per cento dei casi analizzati. Resta però uno strumento statistico, che dipende dalla qualità dei dati disponibili e che può produrre errori, motivo per cui il suo utilizzo è pensato come complemento al lavoro umano e alle verifiche amministrative e giudiziarie. Strumenti simili, come ricordato dagli stessi ricercatori, sono già utilizzati da tempo anche da organi di controllo economico-finanziario come uno dei canali di allerta che richiedono attività investigativa.
La scelta dell’Umbria come regione pilota non nasce da un’emergenza visibile, ma da un rischio silenzioso. Pur non essendo tradizionalmente associata alle mafie storiche, la regione compare da anni nelle relazioni della Direzione investigativa antimafia come territorio di interesse per infiltrazioni economiche, soprattutto nei settori degli appalti, dei servizi, della logistica e dell’edilizia. Un fenomeno meno appariscente della violenza, ma altrettanto pericoloso per l’economia e la pubblica amministrazione.
Su questo scenario si innesta anche il quadro europeo delineato dal Sole 24 Ore, che oggi ha pubblicato un’intervista esclusiva alla presidente dell’Autorità europea per la lotta al riciclaggio e al finanziamento del terrorismo, Bruna Szego. L’Autorità, nota come Autorità europea per la lotta al riciclaggio e al finanziamento del terrorismo, punta su regole «robuste e uniformi», maggiore cooperazione e un modello unico di analisi del rischio, pur con indicatori e ponderazioni diverse tra riciclaggio e finanziamento del terrorismo. «Riciclare significa rendere spendibili i proventi di attività criminali – spiega Szego – e migliore è la nostra capacità di prevenire questo fenomeno, maggiori sono i costi per il crimine».
L’approccio dell’Autorità europea si muove nella stessa direzione di fondo della sperimentazione umbra: prevenzione, analisi del rischio, uso intelligente dei dati. Amla dovrà ridurre la frammentazione dei 27 sistemi nazionali, costruendo un single rulebook europeo e modelli condivisi di valutazione del rischio, con un’attenzione crescente anche ai settori non finanziari e ai nuovi strumenti, dalle piattaforme di crowdfunding ai fornitori di servizi di cripto-attività.
Il nodo, come emerge sia dall’esperienza umbra sia dal quadro europeo, resta politico e culturale prima ancora che tecnico. L’intelligenza artificiale non crea nuovi reati, ma moltiplica e accelera quelli esistenti. Allo stesso modo, un algoritmo pubblico non è una bacchetta magica: funziona solo se accompagnato da competenze, formazione continua, cooperazione tra enti e capacità di interpretare criticamente i risultati. In un’epoca in cui, come scrive l’Espresso, «un algoritmo vale più di una pistola», la partita decisiva si gioca nei database e nei modelli predittivi. Le mafie hanno già scelto di investirci. L’Umbria prova a presidiare lo stesso terreno dal lato delle istituzioni, trasformando la tecnologia in una sentinella digitale capace non solo di inseguire il crimine, ma di anticiparne i segnali.
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