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Uganda, la censura di internet fa schizzare la app Bitchat

Nairobi – Il leader dell’opposizione ugandese, Bobi Wine, si è avvicinato alle elezioni del 15 gennaio con un appello insolito: scaricare una app. È stato ascoltato. Il blocco completo della connessione internet in Uganda, sospesa dallo scorso 13 gennaio in vista delle urne generali di due giorni dopo, ha innescato un balzo record dei download di Bitchat: una applicazione di messaggistica che permette di comunicare offline e scavalcare la paralisi della rete varata dal governo, la stessa stretta sperimentata nelle tornate del 2016 e del 2021.

La testata Binance ha registrato almeno 400mila download del servizio già all’inizio del mese del voto, con un boom che ha fatto schizzare la app in testa alle classifiche locali dei negozi digitali App Store e Google Play. Il suo ruolo di “ancora” nelle comunicazioni politiche era già emerso nelle proteste in Nepal e Madagascar nel 2025 e sta tornando alla ribalta anche in Iran, scosso dalla mobilitazione contro i vertici di Tehran.

Cos’è e come funziona Bitchat

Bitchat è una applicazione di messaggistica sviluppata per consentire comunicazioni offline, innestandosi su una rete mesh Bluetooth: una tecnologia che permette a dispositivi di scambiarsi messaggi con altri utenti nelle vicinanze, senza il bisogno della connessione alla rete ora congelata da Kampalla. A lanciarla è stato Jack Dorsey, il fondatore di Twitter che ha espresso più volte il suo rimorso rispetto alla parabola della sua creatura da piattaforma a società privata, ora nelle mani – controverse – di Elon Musk. Proprio Starlink, il servizio di Internet satellitare di Musk, ha assecondato le ingiuzioni governative ugandesi di stop alla rete nei giorni elettorali e favorito l’exploiti di Bitchat.

La paralisi della rete è una prassi attesa in Uganda, reduce da due blackout identici nelle ultime due tornate elettorali. Anche all’epoca il leader in carica e principale candidato era Yoweri Museveni, il presidente 81enne che si appresta alla settimo mandato consecutivo in un clima di repressione contestato dall’opposizione e dalle organizzazioni locali. E anche all’epoca la scure delle connessioni era calata a ridosso del voto, una censura diffusa su scala continentale. Secondo una ricerca rilanciata dalla testata The Conversation, solo fra 2016 e 2024 si sono registrati un totale di 193 «shutdown» in 41 Paesi diversi. La scia si è allungata nel 2025 con casi come quello della Tanzania, travolta da proteste contro il voto «farsesco» che ha condotto all’elezione delle presidente in carica Samia Hassan.


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