Ucraina, il punto di rottura: la guerra che può finire (o allargarsi)
TRIESTE.news
12.01.2025 – 17.20 – Mentre i media nazionali e internazionali sono concentrati nel cercare di comprendere l’evoluzione della nuova crisi iraniana, il conflitto in Ucraina appare sempre più relegato ai margini di notiziari radio e televisivi. Nulla, o molto poco, ci viene detto sull’andamento del conflitto, nulla ci viene comunicato sulle possibili trattative per una pace “possibile”. Cerchiamo di fare un punto della situazione.
Situazione
Il 12 gennaio u.s., la maggioranza dei siti ucraini ha aperto i propri servizi affermando che nella notte precedente, le forze russe avevano nuovamente attaccato le infrastrutture energetiche ucraine di Odessa, ricordiamo ultimo sbocco al mare rimasto alla dilaniata Ucraina. In merito, il portavoce della più importante società energetica privata ucraina denominata DTEK, aveva dichiarato che l’attacco russo aveva causato danni significativi agli impianti, e che attualmente circa 33.500 famiglie nella intera regione di Odessa erano rimaste prive di energia elettrica. In particolare, nella notte tra l’11 e il 12 gennaio, sempre i media ucraini, avevano riferito che le forze russe avevano attaccato diverse regioni ucraine con oltre 160 Shahed e Gerbera e droni di diverso tipo. In tale cornice, merita evidenziare che non solo le forze armate russe continuano ad avanzare seppure lentamente sulla linea del fronte, con particolare riferimento alle aree di Kharkiv, Pokrovsk e alla regione di Donetsk, ma anche che gli attacchi russi in territorio ucraino nel corrente mese di gennaio, si sono decisamente intensificati.
Nell’ultimo periodo, infatti, abbiamo assistito a una sorta di “rappresaglia” di Mosca verso Kiev, come risposta al noto presunto attacco dei droni ucraini alla residenza di Vladimir Putin nella regione di Novgorod. Non appaiono certamente casuali, infatti, gli attacchi russi contro due navi battenti rispettivamente le bandiere di Saint Kitts e Nevis e delle Isole Comore mentre si dirigevano verso il porto ucraino di Odessa, e i recenti violenti e ripetuti attacchi compiuti contro infrastrutture sensibili in diverse regioni ucraine. In tale cornice, la decisione del Cremlino di lanciare nuovamente sul territorio ucraino un missile balistico ipersonico a medio raggio Oreshnik, un missile, ricordiamo che viaggerebbe a 13mila km/h, ha fortemente disorientato l’opinione pubblica ucraina e non solo. In merito, tuttavia, i dati informativi disponibili sono frammentari. Sappiamo unicamente che il missile balistico russo potrebbe essere stato lanciato sul territorio ucraino, verosimilmente nella notte tra giovedì 5 e venerdì 6 gennaio u.s. verso l’area di Leopoli.
Secondo quanto riferito dal Ministero della Difesa russo, “le Forze armate di Mosca avevano condotto un attacco su vasta scala utilizzando armi di precisione a lungo raggio, terrestri e navali. Tra questi il sistema missilistico mobile a medio raggio Oreshnik, nonché veicoli aerei senza pilota, contro obiettivi critici sul territorio ucraino… Gli obiettivi dell’attacco erano stati raggiunti. Erano stati colpiti gli impianti di produzione dei droni utilizzati nell’attacco terroristico e le infrastrutture energetiche a supporto del complesso militare-industriale ucraino”. Come è solito in questi frangenti, appare oltremodo difficile distinguere verità, percezione e disinformazione, tuttavia, molti siti specialistici internazionali, tra cui il noto Study of the War statunitense, sembrano convergere nell’affermare che l’attacco condotto attraverso l’uso del missile balistico, potrebbe aver colpito uno strategico impianto sotterraneo di stoccaggio di gas naturale nella regione di Leopoli, vicino a Stryi. Questa struttura, secondo siti russi, avrebbe avuto una capacità di 17,05 miliardi di metri cubi, ovvero oltre il 50% della capacità totale di tutti i depositi in Ucraina, e avrebbe rappresentato il secondo più grande impianto di stoccaggio sotterraneo di gas naturale in Europa.
Tuttavia, una conferma indiretta ci è stata offerta dal ministro degli Esteri ucraino, Andrii Sybiha, il quale ha testualmente affermato che: “Un simile attacco vicino al confine tra l’Unione europea e la Nato rappresenta una seria minaccia per la sicurezza del continente europeo e un test per l’alleanza transatlantica”. In tale contesto, l’11 gennaio u.s. il ministero della Difesa russo, sulla Tass, ha rilasciato una dichiarazione, secondo la quale “dall’inizio dell’operazione militare speciale di Mosca, erano stati distrutti in totale 670 aerei, 283 elicotteri, 108.406 droni, 645 sistemi missilistici, 27.057 carri armati e altri veicoli corazzati da combattimento, 1.638 lanciarazzi multipli, 32.498 sistemi di artiglieria da campagna e mortai, nonché 51.456 veicoli militari speciali a motore”.
Un quadro politico-diplomatico finalmente con punte di schiarite
Tutte le testate ucraine il 12 gennaio verso le 13, hanno interrotto la loro programmazione per riportare stralci dell’intervista rilasciata dal Presidente Trump al noto New York Times, nella quale sostanzialmente si ribadisce per l’ennesima volta che l’unica carta rimasta in mano a Zelensky è rappresentata dagli Stati Uniti. In particolare, si afferma, tra l’altro, che il Presidente statunitense avrebbe affermato testualmente: “Se non ci fosse stato Donald Trump, quella cosa sarebbe stata un disastro totale, e lui lo sa, lo sanno i leader europei e lo sanno tutti”. Tuttavia, in questa lunga intervista, per la prima volta Trump ha affermato di essere pronto ad assumersi impegni riguardo alla partecipazione degli Stati Uniti alla futura difesa dell’Ucraina, essendo sicuro che la Russia non tenterà di invadere di nuovo il Paese. In tale cornice, decisamente rilevante, merita di essere citata una lunga dichiarazione ufficiale di Zelensky apparsa su tutte le testate ucraine, nonché russe, l’8 gennaio u.s. In particolare, il presidente ucraino ha dichiarato in quella sede che “il testo di una garanzia bilaterale di sicurezza tra Kiev e Washington era sostanzialmente pronto per essere finalizzato con il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump”.
Spunti di apprezzamento valutativo
Alla luce di quanto sopra, appare chiaramente che le vicende venezuelane, il nodo Groenlandia e la crisi iraniana, paradossalmente stanno giocando a favore di una “insperata convergenza” tra europei e statunitensi sulla crisi ucraina. In altre parole, l’atteggiamento oltremodo prudente assunto dai leader europei nei confronti degli USA in merito alla “gestione” delle tematiche Groenlandia e Venezuela, potrebbe essere tradotto nella avvenuta volontà europea e statunitense di esprimere una posizione forte e comune nelle garanzie di sicurezza da fornire a Kiev. In merito, aspetto decisamente sottostimato dai media, il possibile e probabile coinvolgimento americano nella “futura difesa” dell’Ucraina, determinerebbe per l’Europa una vittoria insperata, sintetizzabile nell’’essere riuscita a mantenere gli USA ancorati alle vibranti necessità di sicurezza dell’Europa. Se tutto ciò fosse realizzato concretamente, allora sarà sicuramente più agevole avviare da parte di Washington, in accordo finalmente con i leader europei maggiormente autorevoli, l’avvio di processo negoziale con la Russia. Mosca, infatti, potrebbe sentirsi tutelata dalle garanzie di sicurezza offerte dagli USA, in cambio, tra l’altro, di futuri accordi strategici sul Baltico con Washington e della possibile cancellazione delle sanzioni. Inoltre, si potrebbero aprire nuovi scenari, dove la sicurezza europea sarebbe protetta dagli USA. non più contro Mosca, ma con il coinvolgimento diretto della Russia. Scenari, finalmente di una pace possibile!
E l’Ucraina?
Come spesso amaramente accade, il dossier si chiuderebbe con la cessione di territori, con nuove elezioni, con la salvaguardia dell’oltre l’80 per cento del Paese, con l’amnistia degli oligarchi, e con l’avvio della ricostruzione da parte dell’Europa.5
E tutto il resto?
Sarà chiuso in un enorme faldone e riposto con estrema delicatezza nell’apposito armadio corazzato a doppia mandata, molto probabilmente vicino a quelli della ex Jugoslavia, della Libia, dell’Iraq e dell’Afghanistan!
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Stefano Dragani, già generale di Brigata dell’Arma dei Carabinieri. Laureato in Scienze Politiche e in Scienze della Sicurezza, ha ottenuto anche un master di II livello in Studi Africani. Dopo incarichi operativi in Italia, ha svolto missioni internazionali in Albania, Kosovo, Ghana, Somalia, Ruanda e Belgio, lavorando come esperto di sicurezza e stabilizzazione in aree di crisi, anche per conto dell’Unione Europea. Ha tenuto docenze e seminari in Italia e all’estero – dall’Università di Padova alla Scuola Ufficiali dei Carabinieri, fino ai congressi ONU sul terrorismo globale – ed è stato special advisor sia del Ministro della Sicurezza della Somalia che delle forze di polizia di Rwanda e Uganda.
È autore di quattro saggi pubblicati da Fawkes Editions, casa editrice romana: Frammenti di vita(2022), dedicato alla sua lunga esperienza africana; La Cavalleria: uno stile di vita (2023), un affresco storico-militare; Conflitti e parole (2024), centrato sui rapporti tra Africa e grandi potenze; e Un altro mondo (2025), un’analisi attuale delle crisi in Medio Oriente e Ucraina. Ha vissuto sedici anni in Friuli Venezia Giulia, cinque dei quali a Sistiana, alle porte di Trieste, città a cui è profondamente legato. La sua visione internazionale si coniuga con una forte consapevolezza del ruolo strategico dell’Italia e del nostro territorio nel contesto geopolitico globale.
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