Economia

Ubs, “too big to fail” per la piccola Svizzera. E il non detto su Credit Suisse


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Buona lettura,

Walter Galbiati, vicedirettore di Repubblica

Troppo grande per fallire. Ed è vero, perché, se il Pil della Svizzera vale 934 miliardi di dollari, Ubs con 1.500 miliardi di dollari di asset e 745 miliardi di depositi di clienti è una banca che, qualora entrasse in crisi, metterebbe sicuramente in difficoltà il bilancio dello Stato elvetico, se mai provasse a salvarla.

Le richieste del governo. Oggi, per evitare brutte sorprese, il governo sta giocando d’anticipo chiedendo a Ubs, ovviamente contraria, di aumentare il proprio capitale.

Il “no” della Camera alta. Un round si è giocato questa settimana quando lunedì la Camera alta ha respinto un ricorso della banca che cercava di procrastinare un intervento su imposte differite e software (da non considerare più come parte del proprio capitale) per un controvalore di 3 miliardi che i banchieri avrebbero preferito evitare o far entrare in vigore tra qualche anno con la più ampia riforma della legge “Too big to fail”.

Ubs, “too big” contro il suo volere. Eppure, l’attuale conflitto appare quasi paradossale, perché molto probabilmente il gruppo svizzero non avrebbe mai voluto diventare il colosso che è, se non lo avessero convinto lo stesso governo e le autorità finanziarie elvetiche a salvare la concorrente Credit Suisse dal fallimento nel marzo 2023.

La crisi Usa. A primavera di quell’anno una crisi di liquidità colpì le banche regionali Usa, un vuoto di fiducia che a macchia d’olio e senza nessun collegamento diretto si estese al di qua dell’Oceano, coinvolgendo le banche più chiacchierate.

La cattiva fama di Credit Suisse. Tra queste, Credit Suisse, reduce tra l’altro dallo scandalo dei “tuna bond” in Mozambico, utilizzati per corrompere personaggi locali, e dai fallimenti di Greensill Capital, società Usa specializzata nei finanziamenti commerciali, e del family office statunitense, Archegos Capital.

Profondo rosso. La paura in Borsa si materializzò nel calo dei titoli bancari e Credit Suisse ne pagò subito il conto. Già in caduta libera, il colpo definitivo arriva dal presidente della Saudi National Bank, Ammar Al Khudairy, azionista di peso del gruppo col 10% del capitale, che dichiara pubblicamente di non voler più iniettare nuovo capitale nella banca svizzera.

E’ il tracollo. Sulla notizia, i deflussi di denaro dai conti correnti aumentano tanto che nella notte tra il 15 e il 16 marzo la banca deve chiedere un sostegno di liquidità alla Banca nazionale svizzera per rimanere solvibile.

Il bail out. Tre giorni dopo, il governo vara un pacchetto di misure che permettono l’acquisizione di Credit Suisse da parte di Ubs, con una garanzia dello Stato da 9 miliardi a copertura delle eventuali perdite e una garanzia della Banca nazionale svizzera da 100 miliardi di franchi per l’erogazione di mutui a sostegno della liquidità.

L’affare. Con questa cintura di protezione, Ubs offre 0,76 franchi svizzeri per ogni azione di Credit Suisse e per un controvalore complessivo di 3 miliardi di franchi compra la banca rivale.

Nessun peso per il contribuente. La fusione e il salvataggio sono cosa fatta, la Confederazione e le sue autorità finanziarie sono salve, anche perché cinque mesi dopo, ad agosto, Ubs rescinde il contratto di garanzia con lo Stato e i mutui con la Bns, senza far perdere un solo franco ai contribuenti svizzeri.

La commissione parlamentare d’inchiesta. Passata la paura, arriva, però, il momento della verità e le Camere federali istituiscono una Commissione parlamentare di inchiesta, avviata l’8 giugno 2023 e conclusasi a dicembre 2024, mettendo in luce le colpe che hanno portato al disastro di Credit Suisse.

Le colpe della Finma. A fronte della mancanza di controlli interni e della cattiva gestione dei manager della banca, emergono anche le gravi responsabilità delle autorità di controllo, soprattutto della Finma, l’autorità federale di vigilanza sui mercati finanziari, il cui vertice viene nominato con l’approvazione del governo.

L’attività di vigilanza. La Finma aveva messo sotto osservazione il capitale di Credit Suisse fin dal 2013, lamentandosi a partire dal 2015 che la banca non era reattiva nell’aumentare la trasparenza in materia di vigilanza, sebbene ogni anno chiedesse di migliorare il rendiconto della situazione dei propri fondi e della liquidità.

Il non detto su Credit Suisse. Nonostante questo scenario, “inspiegabilmente” la Finma concede nel 2017 un beneficio a Credit Suisse, una sorta di “filtro” finanziario che consente alla banca di non ponderare per il rischio le partecipazioni della casa madre, come invece avrebbe dovuto. E di continuare a dare al mercato i numeri artefatti per sostenere la propria solidità.

Conti falsi per 15 miliardi. “L’effetto del filtro – si legge nelle conclusioni dell’inchiesta – così come progettato nel 2017, è stato stimato dalla Finma in circa 8 miliardi di franchi. Tuttavia, già alla prima applicazione a fine 2019, Credit Suisse ha valutato l’effetto del filtro a 15,3 miliardi di franchi, quindi quasi il doppio rispetto a quanto originariamente ipotizzato”.

La mancanza di capitale. Priva di questo stratagemma finanziario concesso paradossalmente dalle autorità di vigilanza, Credit Suisse non avrebbe avuto il capitale sufficiente per stare sul mercato. “Senza il filtro, la quota di fondi propri sarebbe scesa dal 10 per cento a fine 2019 al 5 per cento nel terzo trimestre del 2022 e quindi sarebbe stata nettamente al di sotto del minimo prudenziale”.

La battaglia. Ora lo scontro tra Ubs e il governo verte proprio sul capitale che la banca accantona per le sue controllate estere. Il Dipartimento federale delle finanze vuole obbligare l’istituto svizzero a capitalizzarle completamente, quando oggi invece basta coprirne il 60% del capitale.

Ne bis in idem. “La crisi del Credit Suisse ha chiarito che la base patrimoniale della banca madre svizzera era insufficiente”, ha affermato il Dipartimento federale di finanza. “L’attuazione del pacchetto di misure mira a ridurre sostanzialmente la probabilità che un’altra banca di importanza sistemica in Svizzera entri in una grave crisi e che siano necessarie misure di emergenza da parte dello Stato”.

Quanto mi costa! La stima di Ubs è che un inasprimento delle regolamentazione le possa costare 24 miliardi di dollari, una cifra che impatterebbe sulla politica di remunerazione della banca che oggi elargisce ai propri azionisti lauti dividendi e buyback di azioni.

La competitività. Il pacchetto di misure del governo aumenterebbe i costi di finanziamento della banca, rendendola meno competitiva rispetto ai suoi concorrenti, soprattutto statunitensi, che a parità di prestiti o attività svolte devono avere meno capitale di riserva accantonato.

Secondo gli analisti di Goldman Sachs, l’aumento della patrimonializzazione di Ubs “comprometterebbe in modo significativo la sua competitività rispetto alle grandi controparti internazionali”.

Le parole di Ermotti. “Non siamo maghi”, ha dichiarato l’ad di Ubs, Sergio Ermotti ad aprile. “Non saremo in grado di essere competitivi e di fungere da motore di crescita per il centro finanziario, ma anche per l’economia, se il quadro normativo non sarà competitivo”.

Corsi e ricorsi storici. Proprio la richiesta delle banche svizzere di essere competitive, è stato il motivo, secondo la Commissione di inchiesta su Credit Suisse, alla base del rallentamento dell’introduzione di norme bancarie più stringenti sulla capitalizzazione e sulla liquidità.

Il primato degli svizzeri. “Fino al 2015 circa – si legge nelle carte della Commissione di inchiesta – la Svizzera si annoverava tra i Paesi con la regolamentazione “Too big to fail” nel complesso più avanzata (o più rapidamente attuata) e ha continuato a svilupparla anche in seguito”.

Ma poi è successo qualcosa. “Dopo il 2015 – continua il documento – si osserva tuttavia una tendenza leggermente diversa: per salvaguardare la competitività delle grandi banche svizzere, gli standard internazionali non dovevano essere attuati più rapidamente che in altre piazze finanziarie”.

A mani vuote. Così allo scoppiare della crisi, la Svizzera si è trovata disarmata, con una banca sottocapitalizzata e senza strumenti di salvataggio adeguati.

Torna il dilemma. Ora, dieci anni dopo e nonostante il caso Credit Suisse, i banchieri non vogliono mettere più soldi del dovuto, mentre il governo chiede più capitale. Difficile dire chi abbia ragione, prima che una nuova crisi finanziaria metta il sistema alla prova

Bye bye Ubs. Sullo sfondo, come ha ipotizzato il New York Post, la possibilità che Ubs decida anche di cambiare patria in cerca di un Paese più amico delle banche, come gli Stati Uniti.


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