Twin Atlantic – Separation From The Animals
Sam McTrusty, leader della band, se ne va a Toronto. Per la famiglia. La fine di tutto? No, anzi. Sicuramente un momento in cui riflettere, pensare, suonare da solo, provare e riprovare, perseverare e ripensare al passato della sua band, in un percorso che l’ha portato in alto e poi l’ha vistocadere, superato a destra e sinistra da altre band, da altri suoni. Un momento per concentrarsi su quello che conta veramente, su dove si è stati e dove si vorrebbe arrivare, ora che c’è una famiglia, dei figli e i ragazzi della band sono lontani.

Negli anni i TA hanno fatto di tutto per cercare di stare a galla, hanno cambiato la loro anima indie-rock epica per spostarsi su lidi più grezzi e rabbiosi (“GLA”), o verso i terribili esperimenti synth ed elettro-rock (il pessimo “Power”), salvo poi tornare alle chitarre con “Meltdown” che sembrava essere un ritorno ai suoni che più avevano dato soddisfazione alla band, o forse semplicemente i suoni in cui i ragazzi si trovano maggiormente a loro agio.
Questo percorso credo sia stato nella testa del buon Sam in questo periodo. La necessità di ritrovarsi, di trovare equilibrio, nella vita e con la band e beh, possiamo dire che la missione è compiuta. Non voglio parlare di maturità, perché non mi permetto di giudiare Sam come “cresciuto” solo perché ora mi piazza più ballate acustiche in un disco (e non è certo un segno maturità questo), ma voglio dire che la band continua a seguire la strada di “Meltdown” e fa bene, perché questo la fa stare bene e le da la capacità di esprimersi al meglio, ed è la cosa più importante, perchè poi tutto si riflette nel songwriting che è solido e intenso: ricco di tensione e vibrazioni fortissime quando i giri del motore sono alti (“Confidant”), ma anche caldo, emotivo, suggestivo, passionale mi verrebbe da dire in ballate / mid tempo che trovano anche buone melodie (caratteristiche che ha sempre contraddistinto i migliori TA) e una produzione che mette in luce un sound pulito ma non sfacciatamente patinato.
Ecco allora quei cori epici che i nostri hanno sempre gestito alla perfezione (“In Your Eyes”, “Lost” e naturalmente “Unless It Hurts”, ballata rock dall’altisismo potenziale di struggimento per cui ci sarebbe da perderci le corde vocali per cantarla in uno stadio gremito), che però a tratti scappano un po’ di mano (“I’m Not Coming Home” è fin troppo ridondante e pure “Save Your Breath” diventa fin troppo melodrammatica con quegli archi a potenziare il tutto), ma anche i momenti più minimali, culminati in ““The Risk Of Love Is Always Loss”.
La band non ha mollato, non si è persa d’animo, guidata proprio da un Sam sereno, consapevole di sè e pronto a tirare una volata non tanto per riprendere la vette della chat, quanto per puntare ad essere sereno e in pace con sè stesso, con un disco che lo possa veramernte rappresentare. Peccato, ed è giusto dirlo, per lo scivolone di “Don’t Quit It”, disastrato brano in odor dei 1975 più fintamente cattivi, che stona tantissimo nel contesto).
7 in pagella ragazzi. Bentornati.
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