Cultura

Tutti gli uomini del Presidente compie 50 anni: dopo mezzo secolo, il film di Alan J Pakula è ancora un cult

50 anni e non sentirli. Il 9 aprile del 1976 esce nelle sale Tutti gli uomini del Presidente. Il capolavoro cinematografico di Alan J Pakula non solo non invecchia, ma resta una di quelle opere da vedere e rivedere. Un perfetto mix tra thriller politico e cinema civile, nato dall’intuizione di Robert Redford – che arrivava dai successi de Il candidato e Come eravamo – fu proprio l’attore a parlare con Carl Bernstein e Bob Woodward per riuscire a trasformare il libro su quello che tutti conoscono come lo scandalo Watergate in un film cult dall’aria austera, imponente e profondamente solida.

Una cartolina che non ingiallisce mai e restituisce il ritratto di una pagina storica in grado di determinare i destini di un passato ormai remoto con tanti punti comuni alla più stretta attualità. L’opera esce due anni dopo le dimissioni di Nixon e sente l’esigenza di mettere nero su bianco – più di quanto non fosse già stato fatto a livello editoriale – quanto accaduto dentro e fuori il complesso Watergate. Entrambi i giornalisti che hanno autorizzato la messa in opera del film cult sono stati per più di due anni a inseguire fantasmi, nomi, date e unire i fili di una possibile – rivelatasi poi effettiva – macchinazione.

Tutti gli uomini del Presidente tra celebrazione e presa di coscienza

Un complotto che avrebbe sconquassato la società americana (e internazionale) sin dalle fondamenta. Il complesso Watergate era la sede del comitato del del Partito Democratico e dentro vennero colti in flagrante 5 uomini. Tutti in manette per possesso di avanzati strumenti per intercettazioni, fra loro anche un ex agente della CIA. La sera del 17 giugno 1972 cambia tutto e quattro anni dopo quel cambiamento sociale, culturale e politico diviene un film manifesto. Un’opera che ancora oggi determina spartiacque importati oltre a termini di paragone con sfumature e analogie dell’attualità più complessa.

Robert Redford in Tutti gli uomini del Presidente
Robert Redford e Dustin Hoffman in Tutti gli uomini del Presidente (Instagram profilo ufficiale) – Cineblog

Tornando al film, Redford si reca dai cronisti per iniziare il progetto cinematografico: chiedere permessi, autorizzare liberatorie e far partire la macchina legata a produzione del girato e diritti d’autore. Parte del meccanismo di rilascio non fu affatto semplice, a complicare tutto ci ha pensato Bernstein che non ha mai apprezzato, almeno inizialmente, l’adattamento scenico della vicenda.

La storia sul grande schermo

Le acque si calmarono in un secondo momento, quando il regista Alan J Pakula insieme allo sceneggiatore William Goldman – su indicazione di Redford – fece un lavoro di cesellatura importante su soggetto e trattamento per favorire lo sviluppo e la diffusione del lungometraggio nella versione definitiva che ancora oggi il grande pubblico conosce e apprezza.

Dustin Hoffman e Robert Redford in Tutti gli uomini del Presidente
I protagonisti di Tutti gli uomini del Presidente (Instagram profilo ufficiale) – Cineblog

Al centro di tutto Robert Redford e Dustin Hoffman. Entrambi nel periodo di massimo splendore e fama sono chiamati a interpretare Woodward e Bernstein. I cronisti che hanno cambiato la storia americana da un giornale. Il regista scelse un approccio diretto, privo di qualsiasi tipo di retorica: si parla ancora oggi di resa semi-documentaristica.

L’importanza del soggetto

Tutti gli uomini del Presidente è cinema di genere che prende spunto da una vicenda realmente accaduta seguendone i passi con una particolare cura e attitudine. La scrittura è stata maniacale, il lavoro di adattamento certosino affinché nulla venisse stravolto. Tutto doveva essere come una pagina di storia, alimentata da colpi di scena e capovolgimenti che le vicende di cronaca hanno garantito.

L’opera si basa inizialmente su quella che è stata un’intuizione diversa che poteva portare a qualcosa di grosso: un tentativo di effrazione che non era come gli altri. I giornalisti convinti di quanto accaduto al complesso Watergate ne parlano con Ben Bradlee (interpretato da Jason Robards) editore del Washington Post. Il quale sceglie di assecondare la loro intuizione, credendo comunque – almeno all’inizio – che non possa essere successo granché.

Lo Studio Ovale al centro di tutto

L’inchiesta giornalistica portata avanti nella sede del WP e non solo, invece, diventa un riflettore puntato sul lato oscuro del potere americano e sulla doppia faccia di Richard Nixon. Un uomo che arriva alla conquista della Casa Bianca – dopo aver soltanto accarezzato il sogno di governare gli USA anni prima, perdendo contro JFK – con tono rassicurante e morigerato, appellandosi alla “Grande maggioranza silenziosa”, al fine di promettere pace e tranquillità mentre c’era la timida speranza della fine delle ostilità in Vietnam.

La quiete prima della tempesta: dietro quella calma apparente Nixon – mai nominato per i 138 minuti di girato – coltiva una visione eversiva, fascista e tirannica del potere. Il film diretto da Alan J Pakula mette lo Studio Ovale al centro di tutto partendo però dalle linee guida lasciate dai cospiratori che finiscono, per fortuna o purtroppo, con il creare un disegno preciso impossibile da fraintendere.

I protagonisti tra racconto e interpretazione

Il regista americano ha trovato il modo per rendere accattivante, anche sul grande schermo, l’intera vicenda senza rinunciare all’attendibilità delle fonti. La possibilità di rimanere incollati allo schermo, senza ricorrere ad artifici retorici e particolari espedienti, è concreta. Tutti gli uomini del Presidente racconta le stanze del potere americano, ma parte dalla figura di due cronisti indefessi che fanno di abnegazione, amore per il proprio lavoro e voglia di riscatto la cifra stilistica assoluta. Non si parla, infatti, della vita privata di entrambi. Spazio soltanto a capacità, metodo e tenacia con cui sono riusciti a mettere insieme i pezzi di questo puzzle intricato.

La cronaca diventa trama, le sequenze dei due segugi (cacciatori di verità che devono agire cercando di dribblare gli impedimenti di FBI e CIA) diventano copione e soprattutto il contributo del cosiddetto Gola Profonda – fonte primaria delle informazioni – è il colpo di scena tanto atteso. Le rivelazioni di quello che poi sarà definito l’ex vicedirettore dell’FBI Mark Felt, messo in disparte dall’amministrazione Nixon,  arrivano a scardinare un sistema strategico ritenuto inoppugnabile.

Thriller politico e impegno civile

Il comitato repubblicano per la rielezione di Richard Nixon è in realtà un’organizzazione segreta atta a corrompere, comprare, diffamare, spiare illegalmente avversari politici e possibili detrattori. CIA e FBI si prestano, inoltre, ad appoggiare un disegno sovversivo in cambio di favori veri e presunti che sarebbero diventati realtà se qualcuno non fosse arrivato ad arginare quella che successivamente è stata definita una piena di malaffare con esondazione, per restare in tema, di cui si parla ancora oggi.

Un reticolato di complici, corrotti e istituzioni deviate compone l’opera tra risoluzioni e retroscena che animano l’Odissea di due professionisti dell’informazione rappresentati lontano da qualsiasi fascinazione e idolatria. Una cavalcata, fino all’epilogo definitivo, destinata a smontare qualunque tesi difensiva e ciascun pretesto che possa eventualmente alleggerire le responsabilità degli elementi politici e istituzionali coinvolti.

Un’opera ancora attuale

Nixon viene annientato con la forza delle prove e il contributo di un giornalismo mai domo, infatti l’opera di Pakula è necessaria anche a sottolineare quanto il ruolo dell’informazione debba essere quello di cane da guardia e segugio che smaschera le malefatte del potere anziché esserne a servizio. Un merito ulteriore del film, tra costruzione e sviluppo, è anche quello di fornire parallelismi fra passato e presente. In special modo nella misura in cui potere e politica cercano, a prescindere dall’epoca e il periodo storico, di mettere a tacere la stampa più ostica. Quella che potrebbe creare problemi e favorire indagini.

Ai tempi dello scandalo Watergate non ce l’hanno fatta ad arginare la pluralità di informazione, la situazione com’è cambiata a distanza di mezzo secolo dall’uscita del film? La risposta a questa domanda si annida fra i titoli di coda di un’opera che somiglia – ancora adesso – alla cartina tornasole dei compromessi che ogni epoca si porta dietro. Pakula e soci hanno soltanto avuto pazienza nel mettere insieme i pezzi di dinamiche che, in forma diversa, potrebbero ripresentarsi. Ammesso che non l’abbiano già fatto. Per capirlo, talvolta, è sufficiente premere il tasto del rewind. Senza girarsi dall’altra parte, almeno in sala.


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