Trump tira il freno ma Israele alza il tiro e Pezeshkian dialoga. È rischio escalation
Gli Usa inviano segnali di voler ridurre i raid contro l’Iran, mentre Israele continua a martellare senza tregua la Repubblica islamica e valuta anzi un inasprimento degli attacchi. Nonostante l’amministrazione di Donald stia inviando nuove truppe e rafforzando la presenza navale in Medioriente, il presidente americano afferma che sta valutando un “ridimensionamento” delle operazioni militari, e intanto gli Stati Uniti allentano temporaneamente le sanzioni sulle spedizioni di petrolio di Teheran nel tentativo di frenare il rialzo dei prezzi. In un post su Truth, il tycoon sostiene che ci stiamo “avvicinando molto al raggiungimento dei nostri obiettivi, e valutiamo di ridimensionare i nostri grandi sforzi militari” nella regione. Le sue parole rappresentano finora l’indicazione più forte del fatto che il comandante in capo potrebbe essere pronto a porre fine, a breve, alle ostilità iniziate il 28 febbraio. E la portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt, in un post su X pubblicato poco dopo il suo messaggio, ricorda che “Trump e il Pentagono avevano previsto che sarebbero state necessarie circa 4-6 settimane per portare a termine questa missione. Domani si conclude la terza settimana, e le Forze Armate Usa stanno svolgendo un lavoro eccezionale”.
Nel frattempo, il presidente iraniano Masoud Pezeshkian spiega che il suo Paese non cerca la guerra con i vicini, e accusa gli Stati Uniti e Israele di creare problemi. Pezeshkian dice che non ha senso parlare di interrompere gli attacchi a meno che non vi siano garanzie di non subire ulteriori aggressioni, ma allo stesso tempo in una conversazione telefonica con il primo ministro indiano Narendra Modi elenca le sue condizioni per la fine del conflitto: “Cessazione immediata dell’aggressione” da parte di Usa e Israele, nonché la garanzia che tali raid non si ripeteranno in futuro. Il presidente, come riporta l’agenzia di stampa Irna, ripete che Teheran “non ha iniziato la guerra” e ha accusato i due alleati di aver lanciato attacchi “senza giustificazione né base legale” nel contesto dei negoziati sul nucleare. E respinge pure le argomentazioni presentate da Washington per giustificare l’offensiva militare, in particolare l’intenzione di impedire all’Iran di sviluppare armi nucleari, ribadendo che il Paese mantiene un programma a fini pacifici ed è disposto a sottoporre le proprie attività atomiche al controllo internazionale. Oltre questo, Pezeshkian afferma la necessità di rafforzare l’unità tra i Paesi della regione e propone la creazione di un meccanismo di sicurezza per garantire la stabilità senza l’intervento di attori esterni.
Riguardo le condizioni della guida suprema, stando alle informazioni di Axios, Usa e Israele dispongono di informazioni di intelligence che suggeriscono che Mojtaba Khamenei sia ancora vivo.
Una nuova offerta diplomatica, intanto, arriva da Mosca, che propone a Trump un “quid pro quo” in base al quale il Cremlino smetterebbe di condividere informazioni di intelligence con l’Iran – come ad esempio le coordinate precise delle risorse militari statunitensi in Medioriente – se Washington cesserà di fornire all’Ucraina informazioni di intelligence riguardanti la Russia. Secondo quanto rivelano due fonti informate a Politico, la proposta è stata avanzata dall’inviato di Putin, Kirill Dmitriev, agli omologhi dell’amministrazione Trump, Steve Witkoff e Jared Kushner, durante il loro incontro della scorsa settimana a Miami.
Gli Usa avrebbero respinto l’idea, ma la semplice esistenza di una simile proposta ha destato preoccupazione tra i diplomatici europei, i quali temono che Mosca stia tentando di creare una frattura tra l’Europa e gli Stati Uniti in un momento critico per le relazioni transatlantiche.
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