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Trump rilancia: «Mi ricandido nel 2028». Poi sorride, ma il messaggio scuote Washington

Scherza, ma forse neanche tanto, Donald Trump quando davanti ai corrispondenti della Casa Bianca indossa il cappellino rosso della campagna elettorale del 2028 e annuncia: «Mi ricandido». La cena di gala della stampa accreditata a seguirlo, rinviata dopo il fallito attentato del 25 aprile, è stata per il presidente americano un’altra occasione per attaccare gli avversari politici, criticare i giornalisti e minacciare l’Iran. «Sono lieto di annunciarvi la mia intenzione, per certi versi è uno scoop, di correre per la quarta volta da presidente», ha scandito mettendo il cap ‘Trump 2028’. «La seconda volta è stata migliore della prima, e la terza sarà ancora meglio», ha proseguito. Per poi aggiungere: «Sto scherzando». Ma Trump non parla mai a caso e più che una battuta il suo potrebbe essere l’ennesimo ballon d’essai per testare se potrebbe davvero spingersi a forzare il limite costituzionale di due mandati. Intanto non ha lesinato toni da campagna elettorale. Nel suo intervento al Waldorf Astoria, che la portavoce Karoline Leavitt aveva preannunciato come «un mix di toni unificanti ma al tempo stesso feroci», ha preso di mira uno per uno i suoi tradizionali avversari. Dalla deputata dem Alexandria Ocasio-Cortez, al re del rock Bruce Springsteen, dal giornalista Don Lemon ai «terribili» i conduttori televisivi Jimmy Kimmel, Jimmy Fallon e Stephen Colbert.

L’associazione dei corrispondenti, dal canto suo, non ha mancato di mandare frecciate al presidente. Con un video sulla libertà di espressione proiettato in sala. E con un premio al gruppo di giornalisti del Wall Street Journal che ha svelato la storia della lettera di auguri che aveva mandato nel 2003 al finanziere pedofilo Jeffrey Epstein. «”Questo posto è il più grande gruppo di persone affette da sindrome da ossessione per Trump», si è lamentato il presidente. Sempre critico con la copertura dei media: «Il 93 per cento delle notizie su di me sono negative», ha detto. Così come generalmente «falsa» è la lettura che si dà della guerra in Iran. «Ho sentito solo notizie false. Ma la loro marina non esiste più, l’aviazione non esiste più, non hanno più radar», ha ripetuto ancora una volta. Su che direzione prenderà il conflitto ora non si è sbilanciato. «Stiamo parlando con loro proprio ora», ha riferito. Teheran deve scegliere tra un accordo e «bombardamenti molto più massicci» sul paese. «Siamo pronti a partire, ma finchè parliamo… Vedremo cosa ne verrà fuori», ha aggiunto. E mentre Trump parlava ai cronisti, non c’è stata l’attesa quattordicesima ondata di attacchi notturni delle forze americane in Iran. L’unica azione è stata l’intercettazione di una petroliera che voleva forzare il blocco dei porti iraniani: la marina Usa ha aperto il fuoco e fermato la nave. Secondo diversi media, la breve tregua potrebbe avere avuto lo scopo di lasciare i riflettori tutti sull’atteso discorso di Trump. Ma potrebbe anche trattarsi della calma prima della tempesta: da giorni si susseguono mosse dei militari americani che lasciano pensare a un’imminente escalation. Martedì Trump riceverà il premier israeliano Benjamin Netanyahu, per la prima volta dall’inizio della guerra nel febbraio scorso. E sono state fatte filtrare alla stampa indiscrezioni sulla crescente frustrazione del presidente per il fallimento dei negoziati. «Il presidente è entrato in modalità vendetta», ha scritto ieri il Wall Street Journal citando fonti vicine alla Casa Bianca.


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