Trump mira: Pasdaran, petrolio, porti
«Ho il potere di distruggere un Paese, ma non di imporre i dazi». Fallita la seconda alternativa Donald Trump potrebbe tornare alla prima. La frase pronunciata nella conferenza stampa con cui ha attaccato la Corte Suprema – colpevole di aver delegittimato la guerra dei dazi – fa pensare a un attacco all’Iran in programma già per oggi o domani. Non un attacco definitivo, ma una sorta di avvertimento sufficiente a trasformarsi nell’argomento principale di quel discorso sullo Stato dell’Unione che il presidente deve pronunciare martedì. Anche perché l’alternativa sarebbe quella di rifugiarsi in un discorso autodifensivo. E questo non è da Trump.
In questo caso però l’attacco al nemico con cui gli inquilini della Casa Bianca fanno i conti da 47 anni non può comportare troppi azzardi. Perché presentarsi al Campidoglio con il rischio di dover giustificare la perdita anche di un solo aereo sui cieli dell’Iran equivarrebbe a un altro scacco matto. E Trump in questo momento non può permetterselo. Dunque il blitz potrebbe venir affidato a quei missili BGM-109 Tomahawk lanciati da cacciatorpedinieri e sottomarini capaci di colpire con estrema precisione obiettivi distanti anche 2mila chilometri. E di farlo senza mettere a repentaglio, almeno nell’immediato, l’incolumità di mezzi e personale statunitense.
Ma quali possono essere gli obbiettivi? Trattandosi di un avvertimento per indurre l’avversario alla trattativa – evitando una guerra di lunga durata capace di ritorcersi contro la Casa Banca – va escluso un tentativo di decapitare il regime. Facendo fuori la Suprema Guida Alì Khamenei Washington rischierebbe di ritrovarsi a negoziare con un leader ancor più irriducibile espressione dei Guardiani della Rivoluzione. Più probabile dunque un blitz contro questi ultimi. Anche in ragione del loro ruolo nell’uccisione di migliaia di dimostranti. Dunque fra gli obiettivi più probabili, entrambi situati nel cuore di Teheran, vi sono il centro di comando dei Guardiani della Rivoluzione e il quartier Generale Thar Allah usato per coordinare la repressione nella capitale. I due obbiettivi risponderebbero all’esigenza di «punire» i responsabili delle stragi e, allo stesso tempo, facilitare la defezione di militari e forze di polizia pronti a schierarsi al fianco dell’opposizione in caso di nuove proteste di piazza. Anche per questo motivo vanno esclusi, almeno in questa prima fase, blitz contro caserme dell’esercito o di altre forze armate non legate al regime da vincoli ideologici e religiosi. Molto più probabili invece attacchi alle infrastrutture energetiche. Una salva di missili Tomahawk sul terminale di Kharg, dove sono immagazzinati 20 milioni di barili di greggio, comprometterebbe le esportazioni di petrolio. La distruzione o il danneggiamento delle raffinerie di Abadan, Isfahan e Bandar Abbas, le tre più grandi del Paese, paralizzerebbe la Repubblica Islamica contribuendo al già massiccio malcontento popolare.
E la distruzione dei porti di Shaheed Rajaee, nel Nord dello Stretto di Hormutz, e Chabahar, nel golfo dell’Oman, azzererebbe i commerci rendendo ancora più drammatica la condizione economica del Paese.
Ma ovviamente tra i possibili obbiettivi non mancare i centri di ricerca sul nucleare già colpiti lo scorso giugno. Obbiettivi indispensabili per annunciare di aver bloccato la corsa all’atomica del nemico iraniano.
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