Truffe informatiche, svuotavano conti per finanziare il clan dei Casalesi: perquisizioni a Isernia | isNews
Tocca anche il capoluogo pentro, dove sono state eseguite ispezioni in case e negozi, l’inchiesta della DDA di Napoli. La Guardia di Finanza ha arrestato due imprenditori casertani. Indagate altre 22 persone. L’organizzazione criminale operava tra Italia e Spagna
ISERNIA. Tocca anche Isernia l’inchiesta della Direzione distrettuale antimafia di Napoli, che ha smantellato un vasto sistema di truffe informatiche collegato al finanziamento del clan dei Casalesi.
Su delega della Procura, i militari del Nucleo Speciale Polizia Valutaria della Guardia di Finanza, con il supporto dei comandi provinciali di Caserta e Milano, hanno eseguito un’ordinanza di custodia cautelare in carcere nei confronti di due persone, emessa dal gip del Tribunale di Napoli. I due indagati, imprenditori casertani attivi nel commercio di automobili e domiciliati tra Italia e Spagna, sono accusati di associazione per delinquere e autoriciclaggio con l’aggravante di aver agevolato il clan camorristico.
Le indagini hanno fatto emergere un’organizzazione criminale che operava tra Italia e Spagna, specializzata nello svuotare i conti correnti di ignari cittadini attraverso tecniche di phishing, smishing e vishing: email e sms apparentemente provenienti da istituti di credito, oppure telefonate di falsi operatori bancari che inducevano le vittime a effettuare bonifici verso conti controllati dal gruppo.
Un secondo sistema prevedeva invece la duplicazione fraudolenta delle SIM telefoniche delle vittime, collegate ai conti correnti: in questo modo i truffatori riuscivano a ricevere i codici temporanei di accesso all’home banking e a trasferire rapidamente il denaro con bonifici istantanei.
L’inchiesta ha coinvolto complessivamente 24 persone e ricostruito 38 truffe ai danni di altrettante vittime italiane, per un bottino stimato in circa 800mila euro. Parte delle somme, secondo gli investigatori, sarebbe confluita nelle casse del clan dei Casalesi: circa il 40% dei proventi veniva consegnato in contanti a esponenti dell’organizzazione per sostenere le famiglie dei detenuti e rafforzare la presenza del gruppo sul territorio. In alcuni casi il denaro sarebbe stato convertito anche in criptovalute.
Nel corso delle attività investigative – per acquisire ulteriori elementi di prova – sono state eseguite 21 perquisizioni tra abitazioni e attività commerciali nelle province di Napoli, Caserta, Modena, Benevento, Potenza e Isernia.
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