Piemonte

Troppo caldo, alpeggi in difficoltà: “Manca l’erba”


Il caldo rischia di mettere in ginocchio un’economia che, da sola, pesa per tremila addetti e un valore di produzione di 7 milioni di euro solo a Torino e provincia. È il grido d’allarme che arriva dalle vallate del capoluogo piemontese, dove l’improvviso sbalzo delle temperature sta facendo terra bruciata. Letteralmente.

A causa delle alte temperature nelle zone d’alpeggio dove per tradizione le mandrie vengono condotte per circa cento giorni all’anno in estate, ora fatica a esserci l’erba e la situazione si sta facendo critica. Colpa non solo di questa torrida prima metà di agosto, ma anche del gran caldo di fine giugno e inizio luglio. Un insieme di condizioni che hanno visto le erbe montane fiorire e maturare con troppo anticipo, lasciando spiazzati gli allevatori che proprio in quel periodo si stavano muovendo per salire in quota. «Il caldo anomalo di inizio estate – commenta il presidente di Coldiretti Torino, Bruno Mecca Cici – ha sottratto riserve alimentari agli alpeggi che ora si trovano in difficoltà. Un problema che ripropone l’importanza di riaprire la fitta rete irrigua alpina, oggi completamente abbandonata, fatta di piccole canalizzazioni con le prese nei torrenti che un tempo irrigavano in modo capillare i pascoli».

Si tratta di un problema per un settore che realizza formaggi e burro per circa 7 milioni di euro, grazie a oltre 35mila bovini, distribuiti in 420 alpeggi provenienti da 789 allevamenti di pianura. A questi bisogna aggiungere altri 44mila ovini e distribuiti in 200 alpeggi. Se il discorso si allarga a tutto il Piemonte, la quota sale a oltre 96mila bovini, e 105 mila ovicaprini. Soltanto in provincia di Torino, delle 35mila mucche in alpeggio circa la metà sono bovini da carne (soprattutto di razza Piemontese), mentre l’altra metà è composta da bovini da latte, in grado di produrre 11 milioni di litri in una sola stagione estiva, che poi diventano 80mila forme di prodotto stagionato. «L’economia d’alpeggio vede una presenza importante di giovani che seguono le orme dei genitori – conclude Mecca Cici -, ma la pastorizia montana ha bisogno di sostegni per non rischiare l’abbandono degli alpeggi».


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