Treni, l’allarme dei pendolari: «In Umbria col nuovo accordo rischio maxi ritardi»

di Daniele Bovi
Sono circa 240 minuti di viaggio in più ogni giorno, che su base annua diventano 87.600 minuti di ritardi strutturali per i pendolari umbri. È questo uno dei dati più importanti che emerge dalla lettera aperta dei comitati dei pendolari, inviata giovedì alla Regione. Il contesto è quello dell’accordo quadro tra Regione e Rfi, per ora congelato giorni fa con una delibera, destinato a ridisegnare l’uso della rete ferroviaria fino al 2031.
Il riassetto Il documento mette nero su bianco un possibile riassetto delle tracce ferroviarie, con effetti concreti sui collegamenti tra l’Umbria, Roma e Firenze. Oggi sette treni viaggiano sulla linea lenta invece che sulla direttissima; nello scenario futuro potrebbero diventare dodici, anche se quattro convogli farebbero il percorso inverso. Il risultato è un sistema che, nel complesso, rischia di allungare i tempi di percorrenza e ridurre l’efficienza del servizio, soprattutto nei giorni festivi, dove alcuni collegamenti strategici verrebbero spostati sulla linea più lenta.
Richieste Alla base di questa riorganizzazione c’è un principio esplicitato nella stessa delibera: in caso di richiesta di capacità da parte di operatori dell’Alta velocità (vedi in particolare quella dei francesi di Tgv), i treni regionali dovranno lasciare spazio. «Qualora in futuro un operatore a mercato – è scritto nella delibera – facesse richiesta di quegli stessi spazi in direttissima, il treno regionale umbro dovrà necessariamente recedere e ripiegare sulla linea lenta». Una clausola che viene presentata come forma di tutela, ma che nei fatti certifica una gerarchia tra servizi.
La lettera È proprio questo il punto sollevato dai pendolari. Nella loro lettera denunciano da tempo «il rischio concreto che la priorità accordata ai servizi ad Alta velocità potesse comprimere ulteriormente gli spazi per i convogli soggetti a Obbligo di servizio pubblico». Un rischio che, secondo i comitati, trova conferma anche nella recente delibera dell’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato, che ha imposto misure per favorire l’ingresso di nuovi operatori nel mercato dell’Alta velocità.
I tempi Il problema non è solo teorico. Lo spostamento dalla direttissima alla linea lenta comporta un allungamento dei tempi di percorrenza stimato tra i 30 e i 40 minuti a corsa. Applicato ai sei treni feriali già interessati, porta al conto complessivo dei 240 minuti in più al giorno. Ma, sottolineano i pendolari, manca trasparenza sui dati: «Manca trasparenza sui nuovi orari o, per meglio dire, sugli allungamenti dei tempi di percorrenza», anche perché nelle tabelle ufficiali continuano a comparire i tempi della direttissima.
Meno attrattivo Le ricadute non riguardano solo il tempo di viaggio. Un servizio più lento rischia di diventare meno attrattivo, con una possibile riduzione dei passeggeri e quindi dei ricavi. Allo stesso tempo aumenterebbero i costi per la Regione, che dovrebbe riconoscere compensazioni più alte al gestore del servizio per personale, manutenzione e materiali. Un equilibrio economico già fragile, destinato a complicarsi ulteriormente con i meccanismi nazionali che legano i finanziamenti al numero di utenti. Anche il sistema delle penali viene giudicato insufficiente. A fronte di un pedaggio annuale di oltre 11 milioni di euro, la sanzione prevista per eventuali disservizi sarebbe di circa 23 mila euro. «Una cifra irrisoria rispetto al danno», scrivono i comitati, che parlano apertamente di un sistema sbilanciato a favore del gestore dell’infrastruttura.
Criticità Nel quadro generale si inseriscono anche altre criticità operative. Il mantenimento di alcuni treni sulla linea lenta sta già causando sovraffollamenti su altri convogli, mentre restano dubbi sui collegamenti con Toscana e Lazio e sul futuro dei servizi Intercity, in vista della prossima gara nazionale. Il nodo centrale, però, resta politico e regolatorio. I pendolari contestano un impianto che privilegia la concorrenza nel mercato dell’Alta velocità senza considerare gli effetti sui servizi pubblici locali. «Non è accettabile – scrivono i comitati che arrivano anche a ipotizzare possibili profili di danno erariale – che il maggior costo a carico di un ente pubblico sia considerato meno rilevante rispetto agli interessi di un operatore privato». Per questo chiedono alla Regione una valutazione approfondita prima di qualsiasi via libera definitivo all’accordo.
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