Lazio

tre notizie cattive e due buone (forse) – Il Tempo


Foto: Il Tempo

Daniele Capezzone

Qui a Il Tempo abbiamo opinioni forti e ben note, ma siamo estranei alle logiche della distorsione propagandistica. E dunque proviamo insieme a guardare il panorama dopo una Pasqua di inquietudine, tra (molte) ombre e (poche) luci. Prima cattiva notizia: sta diventato tecnicamente impossibile spiegare le azioni di Donald Trump, anche quando (molto più spesso di quanto pensino i suoi detrattori) sono sensate. Il presidente Usa farebbe bene a rileggere una illuminante massima di Abramo Lincoln: «Il sentimento pubblico è tutto. Con esso, nulla può fallire. Contro di esso, nulla può avere successo». Se si dà una sensazione di casualità, di umoralità, di variabilità, e soprattutto se non si spiegano il senso e gli obiettivi di ogni singola scelta, si può anche prevalere in una guerra sul campo, ma si perde il fronte interno, quello delle opinioni pubbliche occidentali. Seconda pessima notizia. Anche nello scenario migliore (guerra breve, esito positivo, Iran alle corde), siamo destinati ad affrontare una crisi energetica non lieve e non rapida, con un rischio di recessione che incombe sull’Ue. A maggior ragione, come questo giornale scrive da giorni, occorre che i due adulti nella stanza (Meloni e Merz) «commissarino» la Commissione Ue, e decidano uno stop secco al Patto di Stabilità e al Green Deal. Sono letteralmente le precondizioni per dare respiro a imprese e famiglie.

 

 

Terza brutta notizia. Gli europei sbagliano a dire che «questa non è la nostra guerra». Non solo perché le armi iraniane possono colpire fino a qui, e non solo perché la crisi energetica riguarda proprio noi (non gli Usa che sono autosufficienti). Ma anche perché stanno servendo a Trump la ragione che attendeva per disimpegnarsi rispetto all’Ucraina. Che si fa se la Casa Bianca comincia a sua volta a dire che «quella non è la sua guerra?».

 

 

Prima buona notizia. C’è da piangere di commozione nel ripercorrere l’epica missione di salvataggio del secondo pilota americano. Oggi ve la racconta benissimo David Di Segni. Intanto c’è un punto morale del quale dovremmo essere fieri: per noi occidentali ogni singola vita conta, diversamente dagli spietati ayatollah di Teheran. E poi c’è un punto anche tattico: immaginate cosa avrebbe fatto il regime iraniano se avesse potuto disporre di un ostaggio americano. Avrebbe messo in piedi un ricatto di proporzioni temibilissime. Seconda buona notizia (per ora incerta nei tempi e nei modi: è una prospettiva): se n’è accorto per primo, onore al merito, Claudio Antonelli su Il Sole 24 Ore, e oggi sviluppa il ragionamento la nostra Francesca Musacchio. C’è la speranza che americani, israeliani, paesi del Golfo e nazioni europee trasformino il male della crisi legata allo Stretto di Hormuz in un bene, e cioè in un nuovo sistema di oleodotti (e di commerci, di rotte, ecc) che rappresenti un’alternativa rispetto ai ricatti di Teheran. Si tratterebbe di una versione extralarge degli Accordi di Abramo. In questo senso, occorre che la guerra non solo termini presto, ma soprattutto finisca bene, con il regime di Teheran messo in condizioni di nuocere sempre meno. Altrimenti sarà stato tempo perso.




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