Cultura

Tori Amos, Royal Albert Hall, Londra

Se la ride, Myra Ellen Amos, in arte Tori. Si sistema sullo sgabello, sul volto un’espressione beffarda delle sue, mentre il bis inizia a prendere forma: “Big Wheel”!
E’ davvero incorreggibile… solo pescando a caso tra album e b-sides del suo repertorio pre-2002 potrebbe tirare fuori un encore memorabile e invece è il turno di quell’improbabile country-pop kitsch, degno singolo di un disco (“American Doll Posse” del 2007) che molti, compreso chi scrive, non le hanno probabilmente ancora perdonato. Lei lo sa, deve saperlo. Quel ghigno dice tutto, mentre balzella sui tasti con quel ritmo da saloon. Si starà facendo beffe di noi, di quelli che vorrebbero definirsi critici?

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Proviamo a fare un passo indietro per capire meglio, a quando le luci del palco erano ancora spente. Da tempo non si avvertiva un fermento simile intorno alla pianista americana. Prima un’edizione rimasterizzata per il decimo anniversario di “Unrepentant Geraldines”, che definiremmo senza timore di smentita il suo lavoro più convincente da almeno 20 anni a questa parte. La riscoperta dell’incompreso “Strange Little Girls”. Una raccolta di brani per l’infanzia tirata fuori dal nulla, “The Music Of Tori And The Muses“. Infine, l’annuncio di “In Times Of Dragons” in uscita il 1 maggio, con un tour che avrebbe toccato ben 17 paesi tra aprile e maggio, il più vasto degli ultimi 10 anni.

Sotto questa rinnovata verve, arriva anche una rivoluzione mica da poco sul versante live: oltre al fido Jon Evans al basso (“suoniamo insieme da una vita”, ribadirà la rossa durante la serata) e Earl Harvin alla batteria, compare per la prima volta un coro femminile: Liv Gibson, Deni Hlavlinka e Hadley Kennary. Una decisione importante, un segno di umiltà non trascurabile per chi è sempre stata al centro dello stage, compiaciuta della sua incredibile ugola da mezzo-soprano. Nelle interviste si parla di una scelta necessaria ad adeguarsi al livello teatrale e narrativo previsto nel nuovo album. Tuttavia, essa comprende anche aspetti più pragmatici, come ammesso con disarmante onestà dalla stessa cantautrice relativamente al recente ridimensionamento del suo range vocale.

Quale migliore occasione quindi per testare l’efficacia di questo innovativo ensemble se non la decima apparizione nel tempio della musica inglese, la Royal Albert Hall di Londra? Mentre percorriamo le gallerie dello storico monumento albionico, in una luminosa giornata primaverile, la domanda è lecita: cosa ci riserverà la scaletta di stanotte? Perché se c’è una cosa certa con Tori Amos, è l’imprevedibilità. Grazie al solito e sempre impressionante calderone di brani portati in tour (ad oggi ben 47 brani distinti alternati nelle varie scalette, per la cronaca) è impossibile fare previsioni.

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Mezz’ora dopo il set di apertura dell’inglese Isaac Levi, efficace con il suo elegante pop-rock a base di chitarra acustica e violoncello, il grande cerchio alato che sovrasta il palco si accende, mentre Evans e Harvin prendono posizione. Come se non bastassero le vibes pinkfloydiane, seguono a ruota le tre coriste vestite di bianco. Su un giro ritmico ipnotico, intonano un mantra che suona familiare: “I gotta get this right”.
E poi arriva lei. Mezza sala si alza in piedi, salutando quella che per loro resterà sempre la “goddess of rock” degli anni 90. Batte la mano sul petto, commossa. Il suo legame con il pubblico va oltre ogni retorica: decenni di veri e propri confessionali nei “Meet & Greet” prima degli show, anche negli anni al picco del suo successo, in barba alla security e ai tempi imposti dalla macchina live. Li ritroviamo riassunti tutti lì, tra le mani che si sfiorano con le prime file. Sorride, pronta a scartare il regalo perfetto per gli aficionados: una scaletta da fedelissimi, piena delle solite chicche ricercate, con buona pace per gli spettatori occasionali.

Si parte quindi con “Fire To Your Plain”, decisamente non la hit che ti aspetti. Completamente trasfigurata, essa abbandona l’elettro-pop di “Abnormally Attracted to Sin” a favore di una veste sinuosa. I primi minuti tradiscono qualche incertezza tecnica: il mix non è ancora a fuoco, il coro troppo in evidenza e la voce e piano di Tori soffocano un po’. Lo stesso capita in “Shush”, anteprima del nuovo lavoro, il quale però inizia a tirar fuori dal muro sonoro un drammatico giro pianistico.
Finalmente le cose si assestano. I fonici trovano lo sweet spot e domano le prorompenti voci delle “Angel Witches”, le “streghe angeliche” come simpaticamente appellate da Tori durante le presentazioni iniziali.

Suoni rodati, voce riscaldata, arriva la prima bomba: “Ieee”. Ed è qui che aspettiamo al varco: le “angels” si dimostreranno davvero un valore aggiunto o saranno più “witches”, rivelandosi un’arma a doppio taglio? La risposta, almeno in larga parte, è rassicurante. Quando il trio si fa carico di prolungare l’attuale estensione della cantautrice, senza sovrastarla ma fondendosi con essa, il risultato è soprendente. Il timbro di Tori è molto diverso da quello che sentimmo troppi anni fa, in quel riuscito episodio di Roma del 2014. Ora è grave, profondo, più “sporco” e ricco di sfumature. Grazie a questa nuova impostazione, “Ieee” striscia subdola e rettile, innescando il trio angelico durante le sue vette improvvise che non spaventano più.

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La scelta si rivela vincente anche per altri aspetti, donando una colorazione scura alla musica della Amos. Queste suggestioni tenebrose vanno chiaramente a nozze con le ambientazioni di “From The Choirgirl Hotel”, figuriamoci con il lavoro più crepuscolare della rossa: “Boys For Pele”. Difatti, arriva puntuale la ballata notturna per eccellenza, “Little Amsterdam”, registrando subito uno dei picchi dello show. Spostando in secondo piano il duo ritmico Evans/Harvin, il palco concentra l’attenzione sull’andamento dondolante dell’inseparabile Bosendorfer. Le “angels” creano un contrappunto elegante sussurrando il controcanto “Back to the range”. I presenti si lasciano ammaliare dall’atmosfera sensuale del pezzo, trasalendo dai loro seggiolini durante i proverbiali colpi secchi e improvvisi della musicista sul pregiato pianoforte. Manco a dirlo, ad ogni sportellata la folla si infiamma entusiasta. Chiude questo trittico perfetto la gemma “Ruby Through The Looking Glass”, uno dei numerosi “hidden treasures” del periodo di “Scarlet’s Walk”, coccolando i presenti con armonie delicate e sognanti.

Non tutto, però, funziona allo stesso modo. In “Bliss” ci ricordiamo quanto un coro sia una grande possibilità da dosare tuttavia con cautela. In questo contesto le linee vocali delle “witches” vengono unificate e del tutto sovrapposte a quelle di Tori. Il risultato, soprattutto nel chorus, è di appesantire la melodia, rendendola goffa e strabordante. L’esito è devastante su un brano che giocherebbe le sue carte su un andamento snello e dinamico, depotenziando tutto il suo altrimenti proverbiale impatto live. Avvertiamo questo effetto anche in alcuni passaggi di uno dei suoi capolavori assoluti, “Pandora’s Aquarium”. Pur beneficiando generalmente del contributo del trio, soprattutto nei saliscendi del brano, fatichiamo ad apprezzare la scelta di accavallarsi specularmente anche a tutti i versi del brano. Con maggior senso della misura il risultato sarebbe stato decisamente migliore. Tuttavia sono macchie sulle quali si può passare sopra, considerando come “Black-Dove” decolli letteralmente, non a caso quando si ritorna a dare spazio autonomo alla voce di Tori, intervenendo solo ad amplificare le esplosioni del brano.

Avvicinandoci alle due ore di esecuzione, Tori si gioca la carta del (piccolo) terremoto: un uno-due sparato in faccia, degno di un pugile esperto quando annusa il KO, tirato fuori dall’esordio “Little Earthquakes”. “Crucify” si dilata e si trasforma. Parte come una ballata dal sapore soul, costruita su un dialogo delizioso tra l’americana e le “angels” sostenuto dalla languida base offerta dal duo ritmico. La tensione resta viva per tutta l’esecuzione fino alla fuga finale, calda e viscerale, tenendoci per il collo durante tutti i suoi lunghi 13 minuti. Tori affonda decisa sui tasti mentre la sua voce si inasprisce nell’iconico “Never going back again to crucify myself”. Senza respiro, parte l’inconfondibile ansimare di “Precious Things”. Il palco spara lampi nervosi sui presenti, la folla urla eccitata al martellare del celebre riff pianistico mentre Harvin pesta forte sulle percussioni. Tori spinge a fondo le sue corde vocali e si lancia in un “giiiirrrls” rabbioso, sostenuta con precisione dalle sue vigorose partner. L’uscita dal palco è tra il delirio dei presenti. I seguaci più accaniti si riversano in massa sotto il palco, come da rito sin dalla notte dei tempi amosiani. Ma è solo una pausa in attesa del party finale.

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E allora rieccoci qui, alla sua rivincinta. Come biasimarla, quindi, se dopo un trionfo simile vuol prendersi gioco di noi e spassarsela un po’? E che “Big Wheel” sia, alla faccia di noi criticoni. Apriamo perciò le danze con il primo encore. Tutti saltano allegri e battono le mani. E’ un momento di liberazione e festa caciarona che sfocia con naturalezza nel classico dei classici, dopo tanto esplorare nelle pieghe meno conosciute del suo catalogo: “Cornflake Girl”! Viene cantata all’unisono da una sala che per un momento perde tutta la sua austerità. Se potesse anche l’enorme organo alle spalle del palco intonerebbe il coro finale “Rabbit, where’d you put the keys girl?”.

Ha ragione lei. E’ la conclusione perfetta. Poteva andare solo così, nel trionfo come premio dell’aver (finalmente?) accettato gli anni che passano. La voce cambia, le scelte divideranno sempre. Ma Tori Amos resta Tori Amos: carismatica, imprevedibile e imperfetta.
Buon decimo compleanno alla RAH, Tori

contributi fotografici su gentile concessione di Micahel Atlan




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