

10. BLACK COUNTRY, NEW ROAD
Forever Howlong
[ Ninja Tune ]La nostra recensione
Inutile girarci attorno, l’attesa per questo disco era tanta in virtù del fatto che era il primo album in studio senza Isaac Wood, che aveva letteralmente segnato col suo tratto peculiare i primi magnifici due album per poi mollare a causa di problemi legati alla salute mentale. È cambiato tutto col passaggio di consegne da un leader riconoscibile al collettivo, perché questo a tutt’oggi sono i nuovi Black Country, New Road, che vedono alternarsi alla voce le tre talentuosissime musiciste Tyler Hyde, Georgia Ellery e May Kershaw.
Se a livello di stile permane una certa varietà, con un gusto immutato per i ricchi arrangiamenti e le strutture multiformi, a cambiare è soprattutto l’atmosfera generale dell’opera, di certo meno plumbea e decisamente più accesa e colorata.

9. BLANKENBERGE
Decisions
[ Automatic Music ]La nostra recensione
L’essenza dello shoegazer trasportato ai giorni nostri è sempre più traducibile nell’esperienza dei Blankenberge, che dimostrano una crescita musicale tale da non deviare eventuali investiture di nuovi alfieri di un genere che a ben vedere non è mai passato di moda, ma che nel loro caso specifico si abbevera di molte altre felici suggestioni.

8. ETHEL CAIN
Willoughby Tucker, I’ll Always Love You
[ Daughters Of Cain Records ]La nostra recensione
Un album, quello di Ethel Caine, che è un autentico scrigno di tesori, fatto di ceselli sonori che rimandano a un immaginario assai evocativo, tra dream pop, folk del più intimo e oscuro e dark nell’attitudine, ad ampliare le già ottime intuizioni di “Perverts” che aveva dato alle stampe a inizio anno.

7. TEETHE
Magic of the Sale
[ Winspear ]La nostra recensione
Gusto pop innestato su un background indie-rock e slowcore hanno permesso ai Teethe di giungere a una materia composita e strutturata, riuscendo a coinvolgere ma anche sorprendere l’ascoltatore a più riprese. Dopo questo upgrade qualitativo è facile pensare che questo progetto da parte di un cosiddetto “supergruppo” sarà sempre meno estemporaneo.

6. MARUJA
Pain to Power
[ Music For Nations ]La nostra recensione
Uno degli album che in assoluto più mi ha colpito del 2025 è quello dei Maruja, perché ha il potere di catturarti, di scuoterti finanche a sobbalzare, perché all’interno di una canzone sembra se ne celino altre sovrapposte, la sorpresa è dietro l’angolo. Detta così, il tutto potrebbe sembrare aleatorio e confusionario, invece il gruppo si destreggia appieno in questo contesto e mostra di sapersi esprimere seguendo un flusso libero da ogni vincolo.

5. SAM FENDER
People Watching
[ Polydor ]La nostra recensione
Uno potrebbe dire di Sam Fender, giunto al terzo disco in sei anni: “ok, molto bravo ma fa sempre la solita cosa”. E anch’io, lo ammetto, da sostenitore della prim’ora, stavo per cadere nella trappola di sbolognare come fotocopia dei (bellissimi) lavori precedenti questo suo ultimo capitolo discografico. Invece eccomi di nuovo qui a elogiarne l’immutato talento, perché “People Watching”, se è vero che non sposta di molto le coordinate stilistiche del Nostro, mostra al contempo ancora una grande ispirazione e la capacità di emozionare.

4. KOKOROKO
Tuff Times Never Last
[ Brownswood ]La nostra recensione
Sono rimasto folgorato da questo progetto così multiforme, che ha preso anima e corpo a Londra grazie al genio creativo della cantante e trombettista Sheila Maurice-Grey. Dopo il promettente esordio del 2022, i Kokoroko in questo nuovo album sono riusciti a veicolare nella maniera giusta le tantissime intuizioni, sfogandosi a livello sonoro in un frullato di vivaci colori jazz, nu-soul, funk e afrobeat.

3. BAR ITALIA
Some Like It Hot
[ Matador Records]La nostra recensione
Mi sembra passato in sordina, lo sottolineo con una punta di rammarico, questo nuovo capitolo discografico dei Bar Italia, giunto quando il 2025 stava avviandosi verso la sua ultima parte. I tre di stanza a Londra dopo tutto non hanno certo tradito le attese, anzi “Some Like It Hot” ha mostrato un gruppo del tutto proteso a continuare la propria marcia di avvicinamento verso una forma di rock sempre più personale e maturo, rispetto ad esempio al pur splendido “Tracey Denim”, che li aveva consacrati. La matrice e l’attitudine indie rimangono, e connotano dodici tracce che si fanno ascoltare sempre con piacere. Se poi in passato per certa stampa è stato solo hype, a me frega ben poco, perché nella loro proposta la sostanza non manca di certo.

2. MICAH P.HINSON
The Tomorrow Man
[ Ponderosa ]La nostra recensione
Non mi aspettavo un album così da Micah P.Hinson, e lo dico da suo grande ammiratore; non credevo assolutamente che il meglio lo avesse già dato, di fatto però il cantautore americano (ormai italiano d’adozione) non ha più nulla da dimostrare.
“The Tomorrow Man”, prodotto magistralmente da Alessandro “Asso” Stefana, alza invero l’asticella, ed è facile farsi ammaliare dai suoni, dalle atmosfere e da una voce che al solito incanta e inchioda all’ascolto; il resto è appannaggio di orchestrazioni maestose capaci di enfatizzare al meglio la strabordante creatività del Nostro unita a una ritrovata energia.

1. THE DELINES
Mr. Luck & Ms. Doom
[ Decor ]La nostra recensione
Il posto più alto del podio lo riservo ancora una volta ai Delines, come già mi capitò all’altezza del disco precedente pubblicato tre anni or sono. Nel frattempo il quintetto guidato dalla magnifica voce di Amy Boone e dalle parole profonde e taglienti di Willy Vlautin, ha accumulato altra vita da riversare in questi ritratti che continuano ad essere il volto meno luccicante ma forse più vero di quella parte d’America che non finisce sotto i riflettori. Musica di gran classe, potente ed evocativa, quella dei Delines, direi pure senza tempo.
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