Toni Geitani – Wahj: La bellezza fra le rovine :: Le Recensioni di OndaRock
Scelto dal Guardian a gennaio come “Global Album Of The Month”, presentato come il portale d’accesso verso le nuove frontiere della musica mediorientale, “Wahj” rappresenta in primis la mappa delle coordinate stilistiche espresse dal producer e sound designer Toni Geitani, libanese, classe 1992, attualmente residente ad Amsterdam. Completato a quasi otto anni di distanza dall’esordio “Al Roujoou Ilal Qamar”, “Wahj” scaturisce dalle macerie fisiche ed emozionali di una Beirut filtrata attraverso una lente che trasforma drammatica quotidianità in realismo sonoro. La città, ancora segnata dall’esplosione avvenuta nella zona del porto nel 2020, è specchio di una nazione che vive una delle peggiori crisi della sua storia, caratterizzata dal collasso economico, da una grave emergenza umanitaria e sanitaria, dal continuo rischio d’interruzione dei servizi essenziali, da un’area di conflitto nella parte meridionale del paese, a ridosso del confine con Israele. Quella di Geitani è dunque un’opera che sancisce quanto la musica possa ancora dimostrarsi necessaria nel dar voce a situazioni problematiche.
“Wahj” (traducibile in italiano con il termine “splendore”) è un progetto che intende concentrarsi su ciò che viene trascurato in mezzo alle rovine, ciò che sopravvive e persiste, utilizzandolo per risvegliare il fervore della resistenza. L’autore riflette sul collasso come condizione duratura, esortando a guardare verso la luce, immaginando le opportunità future che potrebbero emergere, mantenendosi distante dalle tentazioni commerciali dell’ethno-ambient più modaiola.
Geitani rappresenta le conseguenze del disastro, della catastrofe, operando per sottrazione: sceglie ogni suono con cura millimetrica, modellando – lui che è anche regista – un vero e proprio film, costruito sulla successione di paesaggi sonori, fusione di elettronica araba sperimentale, gothic-ambient e modern classical. Un lavoro che nasce da una frattura interiore, creando una tensione che arde lentamente, ma con costanza, senza esplodere mai del tutto.
L’impianto sonoro è rarefatto, quasi ascetico, le trame electro non cercano l’impatto immediato, preferiscono insinuarsi sottopelle, per poi slanciarsi in improvvisi fragori, seguiti da pause dense di significati. Le melodie rifuggono qualsiasi facile espediente: quando emergono, non sono quasi mai consolatorie, sembrano piuttosto linee di fuga innestate in un paesaggio crepuscolare, rese in modalità maqām e layālī. La scrittura, fortemente emotiva, evocativa, privilegia la suggestione rispetto alla narrazione lineare, le strutture tendono spesso a dilatarsi, con passaggi che lambiscono territori dark-ambient minimal.
Geitani non indulge mai nell’enfasi, nemmeno nei momenti più intensi e il risultato è di grande coesione, un monolite che trova forza nell’atmosfera complessiva più che nei singoli episodi, avvolgendo l’ascoltatore sia con le sue ombre che con le improvvise accensioni. Le tessiture elettroniche restano sospese tra l’astrazione digitale e una profonda, quasi ancestrale, malinconia, delineando un senso di sospensione metafisico per mezzo della gestione magistrale dello spazio: il suono non occupa il vuoto, bensì tende a modellarlo.
Non c’è fretta in queste composizioni: l’ascoltatore è invitato a immergersi in un flusso nel quale il tempo si dilata fino a perdere significato, un’esperienza d’ascolto che richiede dedizione, totale abbandono.
Lo struggente assolo di violoncello suonato da Nia Ralinova conferisce il mood malinconico al brano d’apertura, “Hal”, che sposa modern classical, lamentoso chamber-pop ed elettronica minimale. “Ya Sah” e “La” intersecano tradizione araba e vortici electro-industrial, “Ya Aman” è un melodramma sul disagio che visualizza paesaggi devastati, “Fajr Al Khamees” una processione laica che indugia su corpi mutilati e paesi senza pace, come accade anche in “Tuyoor”, appena lenita della presenza della voce femminile di Reeda Fneiche.
In “Sawtuka”, nella toccante “Ala Tughanni”, nella salmodiante “Shamsuki” il racconto prende il centro della scena, con la voce che s’impossessa di quasi tutto lo spazio disponibile. Le dolenti “Wasla” e “2092” trasmutano le parti “tradizionali” accogliendo l’elettronica, mentre “Rawaydan Rawaydan“ si stende su inaspettate strutture jazz.
“Ta’Xud II” è l’ultimo rantolo di un corpo mutilato disteso a terra, inerme, “Fawqa Al Ghaym” la realistica emulazione di una sanguinosa battaglia, “Naltaqi” la straziante preghiera finale, un filo di speranza che emerge fra le morbide inflessioni della voce. Un attimo prima che il sipario cali sulle spettrali note apocalittiche del crescendo electro-gaze “Madda Mudadda”, vero valore aggiunto di un disco ricco di tensione oscura ma al contempo avvolgente, attraverso il quale Geitani ci sfida a scorgere la bellezza fra le rovine, confermando la scena libanese fra i laboratori creativi più vitali e necessari nel bacino del Mediterraneo.
17/02/2026




