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Tomba, Compagnoni e Goggia ultimi tedofori. A sorpresa spunta Baresi

E venne la notte del fuoco che moltiplica sé stesso: l’ultimo tedoforo sono tre (in due città), non è mica una fiaccola, è un falò. Emozionatissimo Alberto Tomba che stringe la torcia con Deborah Compagnoni, pronostici rispettati, e insieme la consegnano al braciere leonardesco a Milano.

Baresi e Bergomi

Mentre a Cortina è Sofia Goggia a incendiare le Olimpiadi ricevendo la fiamma da Gustav Thoeni che sembra inghiottire lacrime, mai è stato più eloquente in vita sua. Poco prima, nello stadio “Meazza” era stato toccante rivedere Franco Baresi (forza capitano!) con Bergomi, cedere il fuoco alle ragazzi e ai ragazzi della memorabile pallavolo azzurra.

Gustav Thoeni e Sofia Goggia

Gustav Thoeni e Sofia Goggia (reuters)

Sembra solo una fiammella, un fuocherello da niente, e invece. È una lucciola romantica come nelle notti d’estate, è il faro che sulla sommità della scogliera indica la strada al marinaio. La lucentezza e lo splendore, è il fuoco che ti porti dentro, il fuoco che scalda la notte, e che contrasto col ghiaccio di questi Giochi, in un inverno che a volte sembra non finire mai. La portano i ragazzi, quella luce, per questo conta.

(reuters)

Un giorno di fuoco

Davvero un giorno di fuoco per gli ultimi tedofori dopo la sfinente, lunghissima cerimonia, 10mila portatori di fiamma più uno, anzi tre, gli unici di cui si riesca ogni volta a custodire il segreto, impresa quasi incredibile nell’epoca del flusso informativo continuo capace di smascherare in anticipo, per dire, anche un presidente in tram o un centauro manovratore. Invece il rito si riesce a proteggere come la sacra fiamma nella lanterna in viaggio da Olimpia a una parte del mondo eletta, ogni quattro anni, a rappresentarlo tutto.

(afp)

La maratona dei tedofori

È la maratona dei portatori del fuoco che sentono di farlo a nome di tanti, forse di tutti. Cento metri di strada, al massimo duecento, per incarnare lo spirito nazionale e sentirsi parte di una specie di cittadina o di enclave, 10mila persone formano un Comune di non piccolissime dimensioni. Tutti, noti o sconosciuti, impegnati nella staffetta più antica della storia, qualcosa di ampia estensione geografica ma ancor di più temporale, perché il fuoco di Olimpia precipita tra noi da remotissime lontananze con quel tocco di classicità che ne aumenta il fascino. Il fuoco che è calore, luce, dunque vita, ed è simbolo ancestrale. Con il fuoco i primitivi uscirono dalle caverne, più o meno un milione e 400 mila anni fa, dunque parecchie edizioni dei Giochi fa, per mettersi a cuocere il cibo e scaldarsi. Una tappa evolutiva seconda solo alla scoperta dello smartphone e della crema spalmabile alla nocciola.

La caduta di Caroli

Il fuoco che è anche storia dello sport e del costume italiano: l’ultimo tedoforo di Cortina 1956, il pattinatore Guido Caroli, inciampò nei cavi elettrici della Rai (era la prima, grande diretta della nostra tivù), ruzzolò a terra ma riuscì a mantenere viva la fiamma, quindi si rialzò per andare ad accendere il braciere come se niente fosse.

Singolare avventura, il viaggio del fuoco, urticante a volte come un fuoco di Sant’Antonio: per chi non lo ha ricevuto e lo avrebbe meritato, e perché tra gli eletti ci sono stati anche tedofori un po’ così: tipo il cane Chico, primo portatore di fiaccola a quattro zampe, star del web (ha un milione di follower, che vita da cani), e dal cane al gatto nel senso dell’Uomo Gatto, al secolo Gabriele Sbattella, antico e dimenticabile campione televisivo di Sarabanda.


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