Società

Tlon: «Le pubblicità sessiste condizionano ciò che pensiamo e le nostre relazioni»

Questo articolo sulle pubblicità sessiste è pubblicato sul numero 43 di Vanity Fair in edicola fino al 21 ottobre 2025.

I senatori di Fratelli d’Italia Lucio Malan e Salvo Pogliese hanno presentato di recente degli emendamenti al Ddl Concorrenza chiedendo di abrogare alcuni divieti presenti nel Codice della strada. L’intento non è quello di assicurare l’incolumità di chi attraversa le strade italiane, ma di cancellare il divieto introdotto nel 2021 di affiggere pubblicità sessiste e discriminatorie nelle strade del nostro Paese.

I due senatori sostengono che i divieti introdotti nel 2021 rappresentino un’espressione dell’ideologia gender mascherata da tutela della dignità. In sostanza, limiterebbero la libertà di espressione. Meglio quindi tornare a occupare lo spazio pubblico con delle rappresentazioni oggettificanti del corpo femminile usato come richiamo visivo, come promessa implicita di piacere e come strumento per catturare l’attenzione e stimolare il desiderio di consumo.

L’iniziativa, se non altro, permette di riflettere su quale responsabilità abbiano le istituzioni nella costruzione dell’immaginario collettivo. Lo spazio pubblico, infatti, funziona come un ambiente simbolico che educa il nostro sguardo e normalizza certi modi di vedere e di pensare e costruisce gerarchie implicite tra soggetti e oggetti. La pubblicità stradale, inoltre, è un elemento dell’ambiente urbano a cui non possiamo sottrarci: anche quando non ce ne accorgiamo, ciò che vediamo ci influenza e ci condiziona. Per questo motivo, i vincoli a cui deve sottostare sono più stringenti rispetto ad altre forme di espressione commerciale, anche perché chiunque attraversa le strade può vederle ed esserne condizionato.

Se l’esposizione ripetuta a certi tipi di immagini e messaggi influenza la formazione degli atteggiamenti e dei comportamenti, specialmente nei giovani, si tratterebbe piuttosto di riconoscere che la cultura è fatta di accumulo, di ripetizione e di normalizzazione graduale di certi schemi percettivi e valutativi, e che questo passa anche per elementi dello spazio pubblico di cui spesso sottostimiamo l’importanza, come il linguaggio delle pubblicità.

Eppure, il tentativo di abrogare i divieti non stimola alcuna riflessione, ma anzi cerca di cancellare ogni interrogativo sui rapporti di potere e sulle rappresentazioni, usando l’eventuale vittoria dei due senatori come elemento di sollievo per chi pensa che il rispetto della dignità delle donne equivalga a una censura del pensiero libero. Chi si oppone alla cura dello spazio pubblico e dell’immaginario lo fa per delegittimare la presunta «dittatura del politicamente corretto», e in questo modo provoca degli effetti di cui le scienze sociali riconoscono ormai l’indubbia importanza: ciò che vediamo condiziona ciò che pensiamo, le relazioni che viviamo, la percezione di noi stessi e degli altri. Non è superfluo, anzi è uno strumento più potente di quanto si possa pensare. E forse proprio per questo viene individuato come un elemento di possibile ritorno al passato, strumentalizzato in nome di un malinteso concetto di libertà.

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