Tifo Trump e Bibi. Ma non in guerra
Diciamolo senza giri di parole: è stupido fare le guerre. Non è una provocazione, è una constatazione. Lo dissi quando tutti si esercitavano a fare i generali da salotto sulla pelle degli ucraini: meglio una pace imperfetta, sporca, magari ingiusta, che una guerra senza fine. Apriti cielo. Fui trattato da filo-putiniano, quasi da traditore dell’Occidente. Oggi non cambio idea, e non la cambio nemmeno di fronte all’altra guerra che ci viene raccontata come necessaria, inevitabile, perfino giusta. Io sono filo-israeliano, lo dico senza esitazioni e senza vergogna. Ma proprio per questo non mi sento obbligato ad applaudire qualsiasi cosa faccia Israele, né tantomeno a benedire le scelte di chi, dall’altra parte dell’oceano, decide per tutti. La guerra contro l’Iran, per come si profila, non è una faccenda lontana: è una guerra che rischia di far fuori noi europei. E la cosa peggiore è che ce la siamo in parte meritata, per debolezza, per inconsistenza, per quell’aria da condominio litigioso che l’Europa continua a esibire. Ma non possiamo nemmeno confondere l’interesse dell’Occidente con quello, particolare e personale, di Donald Trump o di Benjamin Netanyahu. Trump aveva promesso di non fare guerre. Lo avevano votato anche per questo. Adesso invece si muove come se la guerra fosse un’opzione tra le altre, un colpo di teatro, una leva negoziale. Io continuo a pensare che Obama sia stato peggio di Bush e Biden, peggio di Trump; ma questo non mi obbliga a battere le mani ai colpi di testa del padrone dell’Occidente. Non siamo sudditi. La verità è più semplice e più scomoda: gli interessi di Trump e quelli di Netanyahu non coincidono con i nostri. Non coincidono con quelli degli italiani, degli europei, della gente che lavora, paga bollette e spera di arrivare a fine mese senza che qualcuno decida di far saltare mezzo Medio Oriente. Io non mi fido degli ideali sbandierati a ogni nuova guerra; mi fido degli affari. E gli affari, qui, non sono i nostri. In mezzo a questo rumore di armi e propaganda, ha parlato il Papa. Non con un discorso politico, ma con parole che andrebbero scolpite nella pietra: nessuna causa giustifica il sangue innocente, nessun interesse vale la vita dei più deboli, dei bambini, delle famiglie. Ha detto una cosa elementare e per questo rivoluzionaria: Dio non benedice alcun conflitto. E ha aggiunto che non sono le azioni militari a creare libertà o pace, ma la paziente costruzione della convivenza tra i popoli.
Parole che oggi sembrano ingenue. Invece sono l’unico realismo rimasto. Perché da guerre giuste o ingiuste nascono sempre altre guerre, giuste o ingiuste che siano. Cambiano le bandiere, cambiano le ragioni, ma il sangue resta sempre dello stesso colore: quello, ingiusto, degli innocenti. E allora smettiamola. Smettiamola di raccontarci che questa volta è diverso, che questa volta è necessario, che questa volta vinceranno i buoni. Non è mai andata così. Non andrà così neanche stavolta. Si può essere dalla parte giusta senza essere ciechi. Si può difendere Israele senza desiderare una guerra più grande. Si può stare nell’Occidente senza accettare ogni sua mossa come fosse un dogma.
Si può, soprattutto, avere il coraggio di dire che la pace – anche imperfetta, anche scomoda – è sempre meglio della guerra perfetta che non esiste.
Il resto è propaganda. E la propaganda, come la guerra, è sempre stupida.
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