Thomas Widmann, tra politica e vino bio: «E mi davano per morto…» – Cronaca
BOLZANO. I Widmann sono trecento. Più di un manipolo, tre centurie, quasi una legione. «E parlo soltanto di quelli di diretta discendenza»: tra nonni, padri, zii, figli, cugini, nipoti e pronipoti. «Mio papà, per dire, aveva undici fratelli, più due sorelle», dice Thomas Widmann. Che qualche sera, se è stanco, ha qualche difficoltà a ricordarli tutti.
Se lo facesse, in realtà, sarebbe Pico della Mirandola. Il papà, Franz, riceveva Magnago, Brugger, Dietl, insomma Svp casa e lavoro. «Con lui ho imparato a parlare di politica». Poi, anche a farla. Thomas Widmann ha percorso intere generazioni Volkspartei, passando prima dalla direzione del Bauernbund (“Mi avevo chiesto se volevo farlo Siegfried Brugger…”), poi da quella del partito, come Obmann, nel mentre dal consiglio provinciale, dalla giunta e da assessorati strategici, dalla mobilità alla sanità. L’ultimo ha lasciato il segno: “Una stagione infernale. Messo in mezzo come un delinquente” ricorda ancora con gli occhi lucidi. Poi l’archiviazione. Scagionato dall’accusa di turbativa d’asta per via delle trecentomila scaldacollo, le mascherine di quella prima, confusa, fase del Covid dove nessuno sapeva dove mettere le mani.
Cosa le resta?
La sensazione di essere finito in un mondo a parte. E poi vedere le mie foto sulle prime pagine. Ancora non ci dormo certe notti.
Adesso c’è una indagine del consiglio provinciale…
Bene. Giusto guardare e riguardare. Solo che allora la politica non sapeva che fare, solo darsi in qualche modo da fare. Non lo sapevano neanche i medici. Occorreva proteggersi, abbiamo chiesto all’unica azienda che produceva quello che si chiedeva. Punto. Altroché parenti.
Certo che Bolzano, qualunque cosa uno faccia incoccia prima o poi in un Widmann…
Colpa dei miei. Ho tanti di quegli zii da confondermi. Solo quelli vicini sono già a 35 nipoti e 31 pronipoti.
Certo che pure lei, si è sposato presto.
Ci siamo conosciuti, io e Alberta, che avevo 24 anni io e 18 lei. Da allora sempre insieme. E con quattro figli maschi.
Conosciuti dove?
Galeotto fu lo sci. Lei è di Venezia. E come tanti di lì, in montagna a Cortina. Aveva una casa, Ma veniva pure in Gardena e ovunque.
Innamorati subito?
Qualche ora.
La ragione?
È che lei sciava come un uomo. Mi sono detto: ma chi è questa qui?
E adesso?
Anche il mare. Se potessimo staremmo sempre in barca o sulle piste. Probabilmente questa è una ricetta per la felicità.
Anche fare politica rende felici?
Farla per poter fare le cose, questo sì.
Iniziata quando?
A casa. Mio papà ha sempre amato la politica. E la Svp. Venivano a casa nostra Magnago e Brugger. Loro parlavano e io ascoltavo. Però prima mi sono fatto Agraria a Vienna e ho messo mano a tutti gli sport, dallo sci alla mountain bike. Non stavo mai fermo.
Perchè l’agricoltura?
Ti fa muovere. Per iniziare ho fatto il malgaro. Stavo in Valdurna a dare una mano al maso degli Unterstulzner. Quando ho potuto ho messo mano ad un maso nostro, rifatto da capo a piedi. E ho messo due ettari ad Avigna a fare mele.
Risultati?
Dal ’91 50mila bottiglie l’anno di succo di mela biologico. Sa, quello bello torbido. Mia moglie, pensava le stesse cose. Per un po’ di anni andava al Laurin a vendere casse di radicchio rosso.
Pensa biologico?
Sì. Ma attenzione, non è esoterismo, solo salute. Cinque volte primo nella classifica dei prodotti.
Sembra più orgoglioso di questo che non della politica.
In agricoltura se fai le cose bene ti comprano e ti premiano. Altrove non so.
A proposito, per uno come lei, tutto non poteva che iniziare nel Bauernbund, no?
Ero lì con Brugger. Poi direttore nel ’91.
A proposito di prodotti, si è messo anche a fare del vino.
Conosco Elisabetta Foradori. Siamo amici. Lei è una esperta straordinaria. Con lei e Giovanni Podini ci siamo messi a cercare un terreno in Umbria. E’ così che è nata Ampeleia.
E al Bauernbund?
Sette anni. Di solito quello è un trampolino.
Da lì è finito nella Svp.
Nel ’97 io segretario amministrativo e Brugger segretario politico.
Pochi anni dopo era in giunta. Le piaceva l’assessorato alla mobilità?
C’era da fare un sacco di cose allora. Cambiate strade in Pusteria, spostato treni, stazione a Perca, la funivia del Renon.
Con Durnwalder tutto bene?
Mi lasciava fare. Mi diceva: ok, vai. Poi non lo sentivo più su quell’argomento. Andavo di mio. Adesso non è proprio così.
Però Bolzano rimaneva sempre al palo.
Lui diceva: in Comune non si mettono mai d’accordo. Se penso a come è finito il progetto tram, un po’ aveva ragione. C’è sempre una parte di città che frena. Però ha ragione chi dice adesso che il capoluogo è stato messo da parte. Si doveva, si deve fare molto di più.
Che resta ora in Provincia di quella sua stagione alla mobilità?
Mah. Tempo fa è uscito un libro sulla funivia del Renon. Non sono neanche stato citato. C’erano Arno e Alfreider, io no…
Poi la sanità. E proprio quando è esploso il Covid. Che stagione è stata?
Terribile e confusa. Cercavamo ogni strada possibile per rispondere all’emergenza. E ogni decisione è stata presa con onestà intellettuale. Ci si chiedeva di fare in fretta ma la fretta non sempre è la cosa migliore.
Quella stagione l’ha segnata anche politicamente?
Io andavo sempre bene alle elezioni ma a palazzo Widmann non sentivo più la stessa atmosfera come con Durnwalder. Forse ero politicamente ingombrante. Unico assessore bolzanino, la mia idea di fare cose pratiche, di cercare di avere sempre una postura manageriale più che politica.
Perché è uscito dalla Svp?
Mi sono sentito indesiderato.
Invidie?
Anche. Abbiamo personalità diverse io e il presidente.
Il partito?
Il mio cuore è la Svp. Qui non ci piove. Altri in giunta non so se l’abbiano oggi.
Ma ha fatto un suo partito.
Mi davano per morto. Oggi sono in consiglio. E ho contro l’apparato. Io invece non sono contro nessuno. Non ho mai cercato vendette. Solo un po’ di spazio.
Ultimi voti presi?
Settemila. Abbastanza direi. Sarà che ho tanti parenti…




