Cultura

The Psychedelic Furs – Live @ Fabrique (Milano, 11/11/2025)

Credit: Fabio Campetti

Era francamente abbastanza insperato vedere gli Psychedelic Furs nel nostro paese, latitanti da decenni, ma anche perché dopo l’ultimo e, a mio avviso, sorprendente album “Made of rain“, uscito cinque anni fa, a quasi tre decadi di assenza dall’ultimo lavoro in studio, non c’era traccia, nel tour europeo, di una possibile data italiana. Molto meglio così ovviamente, l’annuncio è stato una piccola sorpresa, tra l’altro al Fabrique, che tra i club di media capienza, rimane, per il sottoscritto, il preferito.

Dicevo album della ripartenza, ispiratissimo come non mai e non era certo un dettaglio scontato, pieno zeppo di grandi canzoni, dopo un lasso di tempo, discograficamente, infinito. Riascoltato anche recentemente, si può dire che raccolse ancora meno, rispetto alle sue potenzialità.

Non li scopriamo certo oggi, ma va ripetuto, ad onor di cronaca, essere stati uno dei progetti più importanti degli anni ottanta, di una certa new wave, con album da libri di scuola, poi lo scioglimento ad inizio anni novanta e il succitato ritorno, prima in ottica concerti, e ben trent’anni dopo anche sul mercato della musica che conta, il tutto quasi da guinness dei primati, qualcosa di decisamente insolito ritrovarsi dopo così tanto tempo. E torno a ripetermi, “Made Of Rain” (Titolo bellissimo tra l’altro), è davvero un disco da (ri)tenere in considerazione.

Credit: Fabio Campetti

Aprono la serata i Dear Boy, ospiti fissi di tutto il tour europeo, freschi di sophomore in cassaforte, “Celebrator”, attivi già da diversi anni, totalmente sconosciuti ai più.

Fanno una miscela di indie rock con reminiscenze ninentes, associabili, senza fare chissà quali forzature, ad alcune cose dei Nada Surf. Set di una mezz’ora comoda, parte in sordina, ma regala almeno tre brani di ottima fattura sul finale.

21,30 spaccate in un Fabrique a modulazione ridotta ma stipato di gente, età media piuttosto elevata, assodato che i furs non abbiano alcun brano virale su tik tok.

Premessa banale nel dire che chi ha avuto, per collocazione anagrafica, l’occasione di vederli nel biennio 84 – 86, tra le altre, al Rolling Stone di Milano, avrà, chiaramente, visto un altro concerto.

Stasera siamo di fronte ad una band rinnovata, con un leader, Richard Butler, va sottolineato, sempre carismatico e sul pezzo, sicuramente tra i più significativi della sua generazione , nulla da dire in merito, però ragionevolmente non può essere la stessa cosa. Probabilmente anche una certa fisicità di gioventù si confà meglio ad una new wave così.

Credit: Fabio Campetti

Premessa che mi rendo conto lasci il tempo che trova, ma era solo per trasmettere qualche sensazione in più. Detto questo repertorio che sotterra tutte le produzioni dell’ultimo quinquennio post punk ed è clamoroso dall’inizio alla fine, che tocchino capisaldi mainstream come l’iniziale “Heaven”, o episodi dal succitato piccolo capolavoro “Made of Rain”, “The Boy That Invented Rock & Roll” o la stessa “No-One”. Trovatemi altre band con un repertorio così, ce ne sono certo, ma è dono di pochi. Siamo di fronte davvero ad un pezzo di storia.

Un’ora e quindici o giù di lì, di set, compreso dell’onnipresente bis di “India”. Manca, incredibilmente, la preferita del sottoscritto, la clamorosa “Sister Europe”.

Suoni buoni e band ringiovanita in parte, al servizio, più rockeggiante delle aspettative.

Parafrasando l’amico Luca, in versione professore, dando per scontato che le canzoni, in sé, facciano un campionato a parte, concerto che vale un 6,5.


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