Cultura

The Darkness – Live @ Orion (Roma, 17/10/2025)

Credit: Giuseppe Loris Ienco

I Darkness restano una delle poche certezze dell’hard rock contemporaneo: ogni loro concerto è un concentrato di energia, ironia, spensieratezza e, soprattutto, straordinaria professionalità. Fiumi di professionalità. Il quartetto britannico non solo sa suonare dal vivo, ma conosce perfettamente l’arte di intrattenere. Un Orion gremito li ha accolti con entusiasmo la sera del 17 ottobre, in occasione della tappa romana del tour di “Dreams On Toast” (l’album pubblicato in primavera). Il gruppo non ha tradito le aspettative, regalando uno show esplosivo e divertendosi almeno quanto il pubblico.

Grande spazio è stato dedicato ai brani più recenti: devastante l’apertura con “Rock And Roll Party Cowboy” e travolgente anche la conclusione con “I Hate Myself”, unico pezzo proposto nel bis, chiuso con un’improvvisazione incendiaria sul riff di “Heartbreaker” dei Led Zeppelin. Il carismatico frontman Justin Hawkins è stato il protagonista assoluto: ha guidato la band con la sua consueta verve istrionica, imprevedibile in ogni minima trovata. Tra gag e interazioni con la platea, spiccano momenti irresistibili come il balletto collettivo su “Walking Through Fire” e il finto “sequestro” di un paio di smartphone, nascosti nella cassa della batteria di Rufus Tiger Taylor; un gesto simbolico che ha strappato applausi a chi detesta l’abuso di video e foto durante i concerti.

Il tema è tornato anche durante “I Believe In A Thing Called Love”, interrotta a metà per rimproverare con il sorriso i più distratti dal cellulare. Brano poi ricominciato da capo e accolto da un’esplosione di entusiasmo: uno dei momenti più alti della serata, insieme alle altre immancabili hit estratte dal leggendario “Permission To Land”, esordio datato 2003 (in scaletta “Growing On Me”, “Get Your Hands Off My Woman”, “Love Is Only A Feeling”, “Givin’ Up” e “Friday Night”).

Ottima la prova dei fratelli Hawkins alle chitarre, con Justin spesso concentrato sulle parti soliste. Solidissimo ma defilato il basso di Frankie Poullain e impeccabili i colpi sulle pelli di Rufus Tiger Taylor, che ha avuto un piccolo momento di gloria durante l’inatteso omaggio ai Queen – la band di suo padre Roger Taylor – con brevi ma potenti versioni di “Fat Bottomed Girls” e “One Vision”, capaci di far tremare l’intera sala.

Nella lunga, forse fin troppo, parentesi dedicata a improvvisazioni e cover, i Darkness hanno dato libero sfogo alla loro vena farsesca: da “No Woman No Cry” di Bob Marley a “Dead Flowers” dei Rolling Stones, fino alle improbabili The Power Of Love” di Jennifer Rush e “Back For Good” dei Take That. Un turbine di musica, autoironia e talento che ha tenuto viva l’attenzione per ben due ore – e che avrebbe potuto continuare ben oltre la mezzanotte, senza mai perdere un colpo. Una menzione speciale va ai tecnici audio, capaci di domare con maestria l’acustica notoriamente difficile dell’Orion di Ciampino.


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