Cultura

The Damned – Not Like Everybody Else

I Damned si formano a Londra nel 1976 con Dave Vanian, Brian James, Captain Sensible e Rat Scabies. Sono tra i pionieri del punk britannico, con il primo singolo punk UK, New Rose, e il primo album punk, Damned Damned Damned. Mescolano punk, horror e gothic rock, sopravvivendo a cambi di formazione e mode passeggere, e rimangono una delle band più autentiche e longeve della scena punk.

Classica introduzione, da enciclopedia del Rock, poche righe essenziali, quasi romantiche, impreziosite da quei primati che ci riportano a cinquant’anni fa, un momento storico preciso: una Londra pre-thatcheriana attraversata da una frattura generazionale che nel punk trovò la sua espressione più immediata in una città ancora ignara di ciò che sarebbe esploso di lì a poco. Anni di ribellione che nella musica presero la forma di brani velocissimi, tre, massimo quattro accordi di chitarra e voci urlanti a sputare sentenze, testi che riflettevano un atteggiamento nichilista, fatto di rifiuto dei valori dominanti, sfiducia nelle istituzioni e permeato da un senso di vuoto e rabbia.

Credit: Steve Gullick

E per celebrare mezzo secolo di musica, e allo stesso tempo rendere omaggio all’amico Brian James, i vecchi amici di Londra scelgono la strada più onesta possibile: un album di cover, da prendere esattamente per quello che è. Non un’operazione nostalgica, ma la fotografia di una band nata ascoltando quei brani e cresciuta rielaborandoli nel tempo, senza mai cristallizzarsi o ripetersi davvero.

Dopo carriere parallele, ritorni episodici e reunion della formazione originale tra eventi commemorativi e tour celebrativi, la registrazione dell’album offre anche un dettaglio tutt’altro che secondario: il ritorno di Rat Scabies alla batteria nella formazione classica, un allineamento che non si verificava da quasi quarant’anni.

Brian James, invece, non potremo più rivederlo. Eppure la sua assenza pesa quanto una presenza: collante invisibile dei primi Damned, spirito ordinatore di un caos solo apparentemente primitivo, è attorno alla sua eredità che questo disco trova il proprio centro emotivo.

Brian James fu il protagonista indiscusso dei primi due album dei Damned e il suo motto dice già tutto: “se suona troppo bene, non è punk“. “New Rose” è la traduzione perfetta di quell’idea: chitarre sporche, tempi serrati, zero compromessi. La rivalità con i Sex Pistols non lo intimidiva affatto; anzi, James amava ricordare come fossero “più bravi a fare casino con la stampa” che a stare nei tempi, una frecciata che ancora oggi fa discutere.

I primi concerti della band raramente superavano la mezz’ora, complici la velocità dei brani, la loro durata ridotta e, soprattutto, un repertorio ancora esiguo. “Non era una scelta artistica. È che non avevamo più pezzi” avrebbe ammesso poi James con disarmante onestà. Esibizioni brevi, violente, dirette come un pugno in faccia, destinate a diventare un marchio di fabbrica per molte punk band degli esordi

Durante il primo tour americano del 1977, Rat Scabies faceva a pezzi le batterie, Captain Sensible suonava spesso ubriaco, mentre Brian James restava l’unico relativamente sobrio: il punk più disciplinato del gruppo, e proprio per questo forse il più devastante sul palco. L’uscita dalla band avvenne senza sbattere la porta, per coerenza più che per rottura: James voleva continuare a seguire l’istinto del punk più puro, mentre il resto dei Damned iniziava a guardare altrove, verso nuovi suoni, psichedelici e gotici, filtrati da un’ironia sempre più marcata. «Io volevo tre accordi e rabbia. Loro volevano diventare strani».

La band ha scelto dieci brani che ispirarono Brian James nei primi anni, un omaggio non solo a lui ma a un’intera generazione di artisti cresciuti su quella musica, destinata a diventare il detonatore di uno dei periodi più seminali della storia del rock. L’album è stato registrato in cinque giorni intensi di “fuoco creativo” a Los Angeles: Dave Vanian ha parlato di un disco nato da “amore, dolore e celebrazione“, con l’energia di James come catalizzatore e l’obiettivo dichiarato di riconnettersi alla grezza urgenza degli esordi.

Nel scegliere i dieci brani, i Damned costruiscono una mappa precisa delle proprie origini, più che una semplice tracklist. Da R. Dean Taylor ai Lovin’ Spoonful, passando per The Creation, The Stooges, Pink Floyd, The Kinks, The Yardbirds, The Lollipop Shoppe, The Animals e infine i Rolling Stones, il disco attraversa trent’anni di musica che hanno insegnato al punk come nascere prima ancora di esistere. Motown nervosa, pop urbano, freakbeat, proto-punk, psichedelia britannica, garage e blues elettrico convivono senza gerarchie, tenuti insieme da un’unica attitudine: urgenza, rifiuto, istinto.

Il risultato è una band ancora pienamente all’altezza del proprio nome. La voce di Vanian resta una garanzia e sembra persino guadagnare profondità con il tempo. Captain Sensible, come sempre, suona una chitarra che sembra viva, guidata più dall’istinto che dalla tecnica. Il basso di Paul Gray e il ritorno di Rat Scabies alla batteria completano il quadro, restituendo al disco quella chimica irripetibile che solo certe band, e solo a certe condizioni, possono ancora permettersi.

L’album si chiude con “The Last Time” (originale dei Rolling Stones). Questo brano è un frammento tratto dall’l’ultima esibizione dal vivo di James con i Damned all’Hammersmith Apollo nel 2022.
E’ una scelta azzeccata, ascoltare la chitarra di Brian, il suo essere un protagonista senza farsi notare, la sua chitarra è asciutta, essenziale, sola inizia il brano e poi si unisce al resto degli strumenti per diventare protagonista e sfogarsi nel breve ma essenziale solo di metà pezzo.

Non c’è bisogno di aggiungere altro. The Last Time” è un atto di onestà, non è solo un omaggio o una celebrazione, neppure un gesto simbolico: è dannata musica suonata da dannati che conoscono la vita perché l’hanno vissuta e la stanno ancora vivendo. Brian James è lì, inciso nel suono, presente senza essere celebrato, fedele a quell’idea di punk che non ammette spiegazioni né compromessi. Dopo cinquant’anni di storia, i Damned scelgono di chiudere tornando esattamente dove tutto era cominciato: una chitarra, tre accordi, nessuna concessione. Il resto, come sempre, è solo rumore.


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