The Cure – Live @ Firenze Rocks Festival (Firenze, 14/06/2026)

Di Enrico Sciarrone
Arduo davvero aggiungere qualcosa che non sia stato e non verrà detto in queste ore successive alla serata conclusiva del Firenze Rocks Festival che ha visto i Cure suggellare ancora una volta il fine manifestazione con una performance di altissimo livello che non sorprende ormai nessuno dato lo stato di grazia in cui versa la band da diversi anni. E se già nel 2019, avevo sottolineato sempre su queste pagine, come questa straordinaria macchina da guerra, impeccabile, professionale, avesse trovato la sua consacrazione nella dimensione live a scapito di una produzione in studio, ormai datata, frutto di una vena compositiva apparentemente esaurita, oggi possiamo senz’altro affermare che l’asticella della perfezione è stata ulteriormente superata.
Il recente lavoro “Song of a lost world“, arrivato dopo 16 anni dall’ultimo “4:13 Dream” è davvero un lavoro estremamente interessante per intensità, ammantato di una bellezza malinconica davvero unica, diretto, non compiacente nè ammiccante verso sonorità facili ma intimo che riassume in modo intenso le recenti vicissitudini personali del nostro Robert a cui va riconosciuta una
sincerità e una onestà interiore che traspare in tutte le sue opere che sono davvero il suo percorso di vita.
Lui è davvero ciò che canta. Ed è proprio questo Robert Smith con la sua rodatissima band, orfana del compianto Perry Bamonte e implementata dal figlio di Simon Gallup Eden, che puntualissimo alle 21.30 si è palesato davanti alla classica folla dalle grandi occasioni, giunta con l’animo di partecipare ad una festa.
Prima però nel pomeriggio torrido e assolato, doverosa menzione di gradimento verso una lineup di artisti a supporto dei nostri in cui era possibile rinvenire una sorta di coerenza e affinità tra generi proposti piuttosto che quelle classiche marmellate dove spesso non si ravvede un nesso logico. Prima un interessantissimo e accattivante mini set dei redivivi post rock Twilight Sad, tornati sulle scene, dopo diversi anni di assenza, a proporre il loro nuovo “It’s the long goodbye” in cui si sono avvalsi della
collaborazione dello stesso Robert Smith. A seguire i rumorosi Mogwai con una performance in linea con la recente produzione fatta di chitarre distorte fortemente shoegaze e uso synth dove hanno alternato atmosfere etere e interminabili valanghe di feedback in distorsione. Un’esibizione che, più che coinvolgere, ha impegnato il pubblico all’ascolto, dato che per la maggior parte si è tratta, e lo sappiamo bene, di brani totalmente strumentali con i microfoni insolitamente distanti o assenti.
Ma torniamo ai Cure.
Inutile sottolineare la massiccia presenza dei tanti i fans della prima ora che sembravano ormai conoscersi e ritrovarsi tra loro in
un senso di community anche con un solo sguardo d’intesa. Piuttosto doveroso segnalare tantissimi giovani, compreso un gruppo di essi, in costume da bagno, accanto a me, entusiasti, che mi hanno deliziato dall’inizio alla fine con i loro cori a squarciagola. La scaletta dei brani che ne è seguita ha risentito naturalmente della dimensione “festivaliera “più tendente ad una sorta di Greatest Hits che ad un contesto legato al classico tour promozionale. Ed è ecco quindi una prima parte , più rock ma anche più intima
dove hanno giganteggiato estratti dall’ultimo lavoro come la splendida “Alone” in apertura, la debuttante “A Fragile Tinga”, lo struggente finale “Endsong”, (in cui Robert è stato pizzicato spesso dalle telecamere visibilmente emozionato) impreziosite da chicche assolute tirate fuori dal cilindro come “Secrets”, “Trust”, “Want”, “Treasure” intervallate dalle rassicuranti “A night like this”, “Burn”, “Play for today”, “In Between days” ed “A forest”, quest’ultime fatte ormai proprie dal pubblico con i classici cori da stadio.
Giusto il tempo di una pausa per prendere fiato, con il mugugnare da parte di alcuni presenti sull’impronta marcatamente leggera della setlist, sulla non adeguatezza della location troppo dispersiva, a scapito di una qualità del suono non ottimale negli spazi dedicati, soprattutto lontano dal palco, ed ecco Robert Smith dare l’avvio alla seconda parte tiratissima, un singolo dietro l’altro che non ha lasciato scampo agli ortodossi e puristi della prima ora, per la gioia invece di coloro che con “Boys don’t cry” si sono innamorati dei Cure che con la triade “The Walk”, “Let’s go to Bed”, “Lovecats” ne hanno vissuto la rinascita un po’ controversa e con “Friday i’m in Love” gli si sono avvicinati.
Apoteosi di telefonini levati in alto, ad immortalare ad immortalare un Robert Smith, divertito, scherzoso, gigioneggiante, perché, mi ripeto…lui è davvero ciò che canta.
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