Cultura

The Brutalist | Indie For Bunnies

Monumentale. Questo il primo aggettivo che è stato dato al nuovo film di Brady Corbet, “The Brutalist”. Un’epopea brutale alla scoperta di un mondo nuovo che non è, alla fine, quello che sembra.

Siamo pochi anni dopo la fine della seconda guerra mondiale e un giovane architetto bauhaus ungherese, l’ebreo László Tóth (Adrien Brody) scappa dall’Europa e dalle macerie della sua vita per trasferirsi negli Stati Uniti d’America. Ad accoglierlo, a Philadelphia, è il cugino proprietario di un negozio di arredamenti che lo mette subito al lavoro con qualche piccolo incarico. Nel mentre, nel vecchio continente, si sta cercando di ricostruire tutto e di tornare ad una vita dignitosa. I vari passi, quello che succede e i timori dovuti all’incertezza del momento li racconta via lettere la moglie dell’architetto, Erzsébet Tóth (Felicity Jones), ferma in un campo sovietico e scappata miracolosamente dagli orrori di Dachau. Nelle giornate americane passate tra i vari incarichi e questa nuvola di perbenismo ebreo-americano, László incontra il figlio dell’aristocratico e magnate Van Buren (Guy Pearce) che gli commissiona una nuova libreria nella magione di famiglia. Sarà proprio al termine dei lavori che il giovane architetto accetterà un secondo incarico, l’incarico della sua vita, che lo porterà a scontrarsi con i paradossi di una società finta e con i problemi morali e personali dello stesso.

In quai tre ore e quaranta (compreso di intervallo) il regista ci accompagna in quello che è un viaggio monumentale, scandito perfettamente dalle inquadrature, dalla musica e da una fotografia lacerante. Tutto è calcolato nei minimi dettagli, non solo per dare l’idea che quello che sta accadendo non è roseo come le aspettative del protagonista ma che il brutalismo non è, in fondo, solo relegato ad un tipo di architettura e arte.

Corbet ha impiegato sei anni a realizzare questo monumentale lungometraggio. E il budget è uno dei più bassi nella storia del cinema americano. Eppure il pubblico si ritrova davanti ad un grande gioiello grezzo che brilla proprio per la sua onesta denuncia ad una società che non è quello che sulla carta dice di essere. La vicinanza tra il brutalismo architettonico e il brutalismo sociale: essere immigrati in luoghi che professano un’inclusione irreale e che sfruttano le leve più deboli.

Il film ha ricevuto importanti premi, ma non è riuscito a portarsi a casa la statuetta d’oro più ambita come miglior film e miglior regista. Sicuramente è stato influenzato il giudizio per le dichiarazioni emerse poco dopo l’uscita nelle sale riguardanti l’utilizzo di AI. Peccato, perchè con o senza intelligenza artificiale a migliorare determinati aspetti della pellicola, il film rimane uno dei più interessanti degli ultimi anni.


Source link

articoli Correlati

Back to top button
Translate »