The Blues Brothers, due righe su una leggenda intramontabile. Di Giovanni Natoli
Nel 1980 esce nelle sale italiane un oggetto non identificato. Una coppia di attori vestiti come due impresari di pompe funebri o agenti FBI con neri Ray Ban Wayfarer a perorare la causa del blues in un’America che sembra averlo lasciato da parte. Stiamo parlando del film più celebre di John Landis, “The Blues brothers”.
I due improbabili fratellini sono John Belushi e Dan Aykroyd. Ma noi in Italia poco sapevamo di questo duo che era protagonista nell’edizione più sconvolgente di sempre del “Saturday Night Live”. Inizialmente nati come band dedita al recupero di classici del blues e del soul. Le note di copertina del loro primo album, “A briefcase full of blues” riportavano in luce la finta biografia della coppia, cresciuta nell’orfanatrofio di Rock Island e iniziata al blues dall’inserviente Curtis.
In Italia Belushi si fece notare grazie al precedente film di Landis, “Animal House”, sorta di satira dei film sui colleges americani, inserito nel brand satirico “National lampoon’s“. Benché “Animal house” sia un film corale, il personaggio di Belushi, Bluto (sì, come Bluto di Braccio di Ferro) restò impresso nella memoria di una pellicola ricca di momenti memorabili. Quasi giocoforza quindi il fatto che il regista e l’attore dovessero reincontrarsi per questo nuovo film che ancora oggi è un’icona del cinema.
Eppure “The Blues brothers” partì malissimo; negli U.S.A: venne letteralmente stroncato e considerato poco più di una stupidaggine. Fu all’estero che il film ricevette un successo, prima di nicchia (io venni a sapere del film grazie alla rivista “Ciao 2001”), poi sempre più ampio, al punto che, all’inizio dei favolosi edonistici futuristici anni 80, un lavoro del genere, gioiosamente passatista, divenne un trionfo. Più per la forza comica e rocambolesca che per un’operazione nostalgia per un mondo musicale ed esistenziale che sembrava messo un po’ in soffitta.
La storia vede i due sbalestrati fratelli ricongiungersi davanti al carcere in cui Jake Blues sta uscendo dopo aver scontato la pena. A bordo della nuova Bluesmobile, una vecchia Dodge Monaco acquistata a un’asta della polizia, Jake viene portato al loro vecchio orfanatrofio dove la madre superiora (cameo indimenticabile di Kathleen Freeman dai poteri sovrannaturali) chiede loro di recuperare la cifra necessaria per pagare le tasse. Da qui parte una rocambolesca corsa contro il tempo, innervata da quello che resta l’inseguimento della polizia da Guinness dei primati, almeno per il numero di auto sfasciate durante la caccia.
Tante cose sono state scritte e dette su “The Blues brothers”, le informazioni su questo film sono minuziose, poiché, come solo i cult movies sanno fare, l’esercito di fedeli si allarga e si concentra sulla ricerca di informazioni, aneddotica, caccia al dettaglio. E così il valore del film finisce per superare i sia pur notevoli meriti oggettivi. Perché, se vogliamo guardare a fondo, non tutto scorre a dovere.
Il McGuffin delle tasse è falso, non esisteva quel tipo di tassazione. Riguardo la scena del concerto dei fratellini che si spacciano per i Good Old Boys si sorvola allegramente sul motivo del ritardo di questi ultimi; non vengono esibite motivazioni del fatto. A volte il film sembra più concentrato sul preparare i numeri musicali che a portare avanti la storia. Ma questi e altri difettucci scompaiono davanti alla forza che viene dal passato di un film così indiavolato dove la musica è eseguita a così grande livello che c’è di che perdercisi dentro e dove certe gag sono semplicemente perfette da non sapere quali scegliere come migliori.

La selezione di artisti ingaggiati è una specie di gotha del blues; James Brown, Aretha Franklin, Ray Charles, Cab Calloway, John Lee Hooker. Per non dire della band che accompagna il duo e interviene anche con parti recitate; la crema degli artisti soul, e qui voglio ricordare tra tutti il da poco scomparso Steve “Colonel” Cropper che fu il chitarrista di Booker T ma soprattutto l’autore dei grandi capolavori di Otis Redding, Aretha Franklin e altri. Un chitarrista bianco che scrive la miglior musica per artisti neri, più antirazzista di così? E il film è comunque permeato da un tono sotterraneo di fratellanza tra bianchi e neri. Oppure le interpretazioni di Henry Gibson, capo dei nazisti dell’Illiinois o John Candy come capo della polizia e soprattutto di Carrie Fisher nei panni della sposa abbandonata per un’invasione di cavallette…o il cameo di Spielberg
“The Blues brothers” a tutt’oggi resta inossidabile, sembra che il mito dei due fratellini resista a ogni cambiamento. Merito della coppia di protagonisti e alle astuzie registiche e di sceneggiatura come anche della fede in un tipo di cinema e di musica assolutamente genuini, anche perché il film è stato fatto contro mille avversità, economiche e di scrittura e di gestione degli attori.
Molto altro si potrebbe dire ma è stato già detto ed è reperibile in ogni dove. Io voglio solo aggiungere due mie impressioni: vedendolo per la quarta, quinta volta ho pensato che Landis, per la scena al ristorante in cui i due fratelli combinano di tutto per convincere il maitre Lips (Alan Rubin) a tornare nella band, si possa essere ispirato al pranzo nel saloon di Trinità e Bambino in “Continuavano a chiamarlo Trinità” e ho scoperto che anche se non convalidata è un’idea possibile dato che Landis era un patito di spaghetti western. Nulla di verificato ma c’è una possibilità. La seconda nota è che spesso nei film di Landis, appena c’è una scena in ascensore, parte lo stesso arrangiamento lounge di Ragazza d’Ipanema ed è sempre usato come montaggio conflittuale di sonoro con la scena alternata.
Comunque, sia per chi sa questo film a memoria, sia per chi lo vede la prima volta, buon divertimento con i due fratellini fuori dalle regole, fuori dal tempo e fuori dal coro. A meno che non sia quello del reverendo Chleopus James!
Giovanni Natoli
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