TFR scuola, la trattenuta del 2,5% che nessuno capisce: perché i prof pagano e gli altri no. Pacifico (Anief): “Non è giusto”

Ogni mese, nei cedolini di docenti e personale Ata della scuola, c’è una voce che non si trova altrove: una trattenuta del 2,5% sullo stipendio, a titolo di accantonamento per il Trattamento di Fine Rapporto. Una cifra che, su uno stipendio medio di 1.500 euro, si traduce in circa 37 euro al mese, per tutta la vita lavorativa. Una somma che, moltiplicata per decenni di servizio, arriva a sfiorare i 21mila euro complessivi.
Una pratica che, secondo il sindacato Anief, non ha ragione di esistere. “Ci chiediamo perché lo Stato trattiene a scuola il 2,5% mensile TFR a dispetto del privato che paga tutta la liquidazione del lavoratore e versa pure figurativamente il 7,10%”, ha dichiarato Marcello Pacifico, presidente nazionale del sindacato. “Non è giusto per Anief”.
Due pesi, due misure
La differenza tra pubblico e privato, in materia di TFR, è sostanziale. Nel settore privato, il calcolo del trattamento di fine rapporto segue quanto previsto dall’articolo 2120 del Codice Civile: ogni anno viene accantonata una quota pari a 1/13,5 della retribuzione annua lorda. In termini percentuali, ciò significa che il TFR corrisponde a circa il 6,91% della retribuzione annua lorda (al netto dello 0,5% trattenuto dall’Inps). L’intero importo viene corrisposto al lavoratore al termine del rapporto di lavoro, senza alcuna trattenuta aggiuntiva.
Nel pubblico impiego, invece, la situazione è diversa. Per i dipendenti statali assunti dopo il 1° gennaio 2001, il regime del TFR ha sostituito il precedente TFS. Ma a differenza del settore privato, la norma prevede una trattenuta mensile del 2,5% sullo stipendio, che viene versata all’erario. Una trattenuta che, come sottolinea Pacifico, non trova corrispondenza nel settore privato né in altre aree del pubblico impiego.
“Chi lavora per lo Stato – ha ribadito il sindacalista – è ancora fortemente penalizzato: paga una trattenuta del 2,5% sul TFR, ha contributi previdenziali solo figurativi e, nel comparto scuola, non dispone nemmeno dei buoni pasto né del riconoscimento del burnout come lavoro usurante”.
Una questione di costituzionalità
La battaglia non è nuova. Già nel 2018, con la sentenza n. 213, la Corte Costituzionale aveva dichiarato illegittima la trattenuta del 2,5% per i lavoratori pubblici che transitavano in regime di TFR. La Corte aveva sottolineato la necessità di salvaguardare la parità di trattamento contrattuale e retributivo tra i lavoratori. Eppure, a distanza di anni, la trattenuta è ancora in vigore per i neo-assunti dal 2001.
Il sindacato Anief ha avviato una petizione nazionale per chiedere al Governo di abolire definitivamente la trattenuta. “Vogliamo sollecitare il Governo ad abolire la trattenuta del 2,5% Tfr per i neo-assunti dal 2001, così da garantire la parità di trattamento tra tutti i lavoratori del pubblico impiego ma anche del privato”, ha spiegato Pacifico.
Un divario che pesa
La questione del TFR si inserisce in un quadro più ampio di disparità retributive che penalizzano il personale della scuola. Secondo i dati diffusi da Anief, a parità di anzianità, un docente o un lavoratore Ata percepisce fino a un terzo in meno dello stipendio rispetto ai dipendenti delle Funzioni centrali, con un gap che può arrivare a 10mila euro l’anno.
Per Pacifico, la soluzione passa dalla prossima legge di Bilancio: “La Legge di Bilancio del 2027 dovrà prevedere delle risorse aggiuntive dedicate anche al personale scolastico e della conoscenza”.
Nel frattempo, la trattenuta del 2,5% continua a gravare sui cedolini di centinaia di migliaia di lavoratori della scuola. Una voce che, secondo il sindacato, rappresenta non solo un ingiusto prelievo, ma anche una discriminazione inaccettabile tra chi lavora per lo Stato e chi lavora nel privato.
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