Teorema, la gip: «Il sistema Manica iniziava prima della pubblicazione dei bandi della Provincia di Crotone»
«Pianificazione di gare orientabili alla Provincia di Crotone», la gip riconosce il sistema Manica smantellato con l’operazione Teorema
CROTONE – Non un semplice episodio di corruzione, ma un sistema strutturato. È questo il cuore dell’ordinanza di custodia cautelare emessa dalla gip Assunta Palumbo nell’ambito dell’inchiesta che ha smantellato il presunto giro di tangenti alla Provincia di Crotone. Nelle pagine firmate dalla gip, che ha emesso cinque misure cautelari, emerge la figura di Fabio Manica, noto esponente di FI, non solo come politico di spicco, essendo all’epoca vicepresidente dell’ente, ma come vero e proprio vertice di un’associazione a delinquere capace di piegare gli appalti pubblici alle esigenze della “cassa comune”. Ipotesi, lo ribadiamo ancora una volta, che devono ancora essere sottoposte al vaglio processuale.
PIANIFICAZIONE PARTECIPATA
Secondo la giudice, la strategia era quella della «pianificazione compartecipata delle procedure di gara». Un sistema che iniziava ben prima della pubblicazione dei bandi. La gip sottolinea come esistesse una «pianificazione illecita a monte degli affidamenti di lavori e servizi pubblici», che si traduceva in una selezione chirurgica degli operatori economici e dei criteri di gara, tutto funzionale a «favorire i sodali». Il meccanismo, ricostruito dalla Guardia di finanza sotto le direttive del procuratore Domenico Guarascio e della sostituta Rosaria Multari, passava attraverso la selezione delle gare «orientabili», concentrate soprattutto su servizi tecnici di progettazione. Si passava poi alla scelta di «professionisti fiduciari» e alla creazione di società ad hoc per «eludere il principio delle rotazioni nelle assegnazioni pubbliche».
BRACCIO OPERATIVO
Se l’architetto Fabio Manica era la mente, l’ordinanza individua in Combariati la sua «longa manus e braccio operativo». Insieme, i due avrebbero garantito che nulla fosse lasciato al caso. La gip scrive testualmente che esisteva un «accordo a monte di redistribuzione degli utili tra i sodali… a titolo corruttivo». Per giustificare il trasferimento del denaro tra i membri del gruppo, veniva utilizzato un sistema di «volturazioni giustificato da consulenze reciproche». Un paravento legale per nascondere il passaggio delle tangenti.
RUOLO APICALE
Le intercettazioni cristallizzano il ruolo apicale di Fabio Manica, che esercitava «prerogative esclusive di indirizzo e guida e poteri di imposizioni di regole sociali, da lui stesso predeterminate». Sarebbe stato lui a gestire la “cassa comune” e a decidere come dividere i proventi illeciti derivanti da reati che vanno dalla corruzione al falso in atto pubblico, fino alla frode nelle pubbliche forniture. La gip evidenzia con forza come Manica imponesse «che una quota parte degli stessi [utili] fosse retrocessa in suo favore», agendo con la sicurezza di chi sente la cosa pubblica come una proprietà privata.
ACCORDI NON ALEATORI
A tradire il gruppo sono state le loro stesse parole. In diverse conversazioni, lo stesso Fabio Manica avrebbe definito gli accordi tra gli indagati come «reali e non aleatori». Non promesse vaghe, ma patti precisi di spartizione economica degli introiti conseguiti. La Provincia era trasformata in un ufficio di collocamento per imprese amiche, consulenze di facciata e rotazioni simulate. Un sistema che, secondo i magistrati, aveva rimpiazzato il diritto pubblico con la legge del profitto personale. Le cifre erano calcolate al centesimo grazie al cosiddetto «accordo di riparto associativo». Una torta da 400mila euro, almeno questo è l’importo dei beni sequestrati dai finanzieri.
LA CONTABILITÀ
Il meccanismo ruotava attorno alla Sinergyplus S.r.l., definita «strumento di commissione del reato», che avrebbe percepito i ricavi provenienti appalti truccati, tra cui i lavori ai campi da calcio di Cirò Marina e le mense scolastiche di Papanice. Ma il sistema non risparmiava nessuno: dal liceo scientifico “Filolao” al classico “Pitagora”, fino agli asili nido. Ogni appalto diventava l’occasione per alimentare il «sistema di smistamento del denaro» con quote che tornavano sistematicamente ai vertici dell’organizzazione.
L’ESATTORE DELLE TANGENTI
Il ruolo dell’ingegnere Giacomo Combariati emerge non solo come braccio operativo, ma vero e proprio «esattore delle tangenti». Era lui, secondo gli inquirenti, a fungere da intermediario con i funzionari pubblici e a curare le liquidazioni dei pagamenti. Il suo compito era delicatissimo: far confluire i proventi illeciti sui conti correnti nella «disponibilità materiale» di Fabio Manica, utilizzando il collaudato meccanismo delle «volturazioni».
BASSO PROFILO
Dopo i primi sospetti di indagine il livello di allerta si alza. Il gruppo adotta un protocollo di sicurezza. Abbandonata la sede della Sinergyplus, si passa a piattaforme come WhatsApp e Telegram. Il linguaggio si fa criptico e gli incontri sono de visu. Fabio Manica, descritto come estremamente prudente, prediligeva incontri di persona in luoghi aperti. Emblematico l’episodio in cui due indagati discutono sul marciapiede davanti a un bar per il «timore di essere sentiti da qualche passante», impossibilitati a parlare liberamente. L’avvocato Francesco Manica, fratello di Fabio, invocava il «basso profilo» per evitare «pericolose sovraesposizioni». Sarebbe stato lui stesso a tracciare un parallelo con il caso di Leonardo Sacco, l’ex governatore della Misericordia coinvolto nell’inchiesta “Jonny”. «Basta una parola fuori posto… eliminato».
SERRANDE CHIUSE
Si passa così all’abbandono della base. Fabio Manica, che prima frequentava quotidianamente gli uffici della Sinergyplus, interrompe bruscamente le visite. In un’intercettazione su Telegram, Combariati comunica a Manica: «Sono passato dallo studio a chiudere la serranda». Per la gip, è il segno della dismissione della sede operativa per evitare di essere sorpresi insieme in un luogo già «attenzionato». Ci sarebbe stato anche il tentativo di far sparire il corpo del reato, con la riconsegna del bancomat. Fabio Manica restituisce a Combariati la carta prepagata che usava per attingere ai fondi neri, cercando di recidere il legame tecnico col conto corrente. Ed inizia un’opera di svuotamento dei conti, con prelievi frenetici di contanti. L’uso dei pagamenti fittizi in una palestra serviva proprio a questo: trasformare tracciabilità bancaria in contante anonimo da tenere in tasca.
GLI INTERROGATORI
Durante gli interrogatori preventivi, Rosaria Lucchetta e Luca Bisceglia, assistiti dall’avvocata Sabrina Rondinelli, hanno sostenuto che i rapporti con Manica fossero esclusivamente professionali, autonomi e regolati da normali contratti e fatturazioni. Bisceglia ha ammesso di aver incassato compensi dalla Provincia e di aver poi fatturato una parte rilevante alla Sinergyplus, sostenendo però che si trattasse di collaborazioni effettive. Combariati, difeso dall’avvocato Antonio Domenico Rizzuto, ha rivelato che il conto della Sinergyplus veniva usato come un bancomat da Fabio Manica per pagare utenze domestiche, vacanze e l’auto di famiglia. Manica ha riconosciuto la paternità di alcuni manoscritti sui riparti economici trovati dagli inquirenti. L’avvocato Francesco Manica, difeso dall’avvocato Gianluca Marino, ha dichiarato di aver prestato solo attività professionali lecite per Sinergyplus (come il recupero crediti), regolarmente fatturate.
SOCIO OCCULTO
Più complicato il ruolo di Fabio Manica, difeso dall’avvocato Roberto Coscia. L’ex vicepresidente della Provincia ha negato di avere poteri amministrativi sugli affidamenti, sostenendo che il suo ruolo era limitato al monitoraggio dei lavori Pnrr in qualità di referente politico. Ha ammesso di essere socio di fatto di Sinergyplus, ma ha dichiarato che i compensi ricevuti erano correlati esclusivamente al lavoro tecnico svolto.
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