Telefonata trappola, 12 bonifici diretti in Lituania e 7mila euro spariti. Vittima un cittadino romano
Un semplice sms, una voce rassicurante al telefono e in poche ore il conto corrente di un cittadino romano è stato svuotato.
Dodici bonifici verso una banca lituana, eseguiti uno dopo l’altro, per un totale di migliaia di euro. Tutto è cominciato in piena estate, nel luglio 2024, con un messaggio che sembrava innocuo.
L’uomo riceve sul cellulare un sms che lo avvisa di un presunto “accesso anomalo” al proprio conto, invitandolo a contattare un numero indicato.
Nulla di strano, almeno all’apparenza: il messaggio si era inserito nella chat ufficiale della banca, proprio accanto ad altre comunicazioni autentiche. Un dettaglio che ha reso il raggiro ancora più credibile.
Pochi minuti dopo, il telefono squilla. Sul display compare il numero vero dell’istituto di credito. Dall’altra parte, un sedicente operatore parla con tono professionale e lo mette in allarme: “Il suo account è stato clonato, dobbiamo mettere tutto in sicurezza”.
L’uomo, in preda all’ansia, segue le istruzioni. Disinstalla le app, esegue i passaggi suggeriti. Poi, il silenzio.
Quando prova a riaccendere le applicazioni, scopre che è troppo tardi: il suo cellulare è stato svuotato, e con esso anche il conto.
Dodici bonifici, eseguiti in poco più di due ore, finiscono su conti esteri in Lituania. La vittima chiede immediatamente il rimborso, ma la banca nega ogni responsabilità.
Così si rivolge all’Arbitro Bancario Finanziario, assistito dall’avvocato Barbara D’Agostino, presidente di Confconsumatori Lazio.
Alla fine, arriva la decisione: la banca dovrà restituire 7.000 euro. L’Abf riconosce che, sebbene il cliente sia stato imprudente nel fidarsi dei truffatori, anche l’istituto ha gravi colpe.
“Le operazioni – spiega l’avvocato D’Agostino – sono state eseguite in un arco di tempo brevissimo, verso soli due beneficiari e su conti lituani: elementi che avrebbero dovuto far scattare i sistemi antifrode”.
L’Arbitro ha quindi stabilito che la banca non ha agito con la diligenza richiesta, come previsto dall’articolo 1176 del Codice civile, e che avrebbe dovuto “predisporre un sistema di monitoraggio in grado di bloccare operazioni anomale per frequenza e tipologia”.
“È una vittoria importante – conclude D’Agostino – perché riconosce la responsabilità dell’intermediario anche di fronte all’imprudenza del cliente. L’Abf ha ritenuto di attribuire il 50% della colpa alla banca, sottolineando la mancanza di adeguati meccanismi di sicurezza contro le frodi online”.
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