Teho Teardo – Portobello (Original Soundtrack)
La colonna sonora di Teho Teardo per “Portobello” sembra nascere da una domanda antica quanto l’uomo: come si può continuare a camminare quando tutto il mondo sembra essersi voltato dall’altra parte?

E, forse, è proprio questo il messaggio che il compositore ci consegna sin dal primo respiro musicale di questa partitura intensa e struggente: andare avanti, nonostante tutto. Continuare a combattere per difendere sé stessi, le proprie ragioni, il proprio nome, la propria storia. Perché il nome, nella storia degli uomini, non è mai stato soltanto una parola, ma è un’eredità, un destino, una memoria che resiste al tempo. Ma il cammino è difficile. E Teardo lo sa.
La sua musica sembra muoversi dentro una battaglia invisibile, dove il vero avversario non è un uomo, ma un potere diffuso, impalpabile, onnipresente: il potere mediatico. Un potere che assume le sembianze di un mostro alato, capace di precederci ovunque, di anticipare ogni nostro passo, di gettare un’ombra su ogni frase, ogni gesto, ogni sguardo, ogni movimento del corpo. All’improvviso ci ritroviamo soli davanti a una creatura mitologica che gli antichi conoscevano bene, la Fama.
Nella tradizione classica – basti pensare alle pagine di Virgilio – la Fama era un essere gigantesco, fatto di occhi, orecchie e lingue, che volava sopra il mondo diffondendo voci, sospetti, accuse. Non era né giusta, né ingiusta: era semplicemente inarrestabile. La Fama poteva elevare un uomo fino agli dèi, ma con la stessa rapidità poteva anche distruggerlo. Ti nutre, ti accarezza, ti sostiene. Ti costruisce. Ma poi, con un movimento improvviso e irrazionale, ti svuota, ti affama, ti schernisce, ti sminuzza e infine ti divora.
La musica di Teardo sembra restituire proprio questo doppio volto della Fama, un movimento continuo tra seduzione e minaccia, tra luce e ombra, tra gloria e caduta. Nel mondo antico questa creatura era fatta di parole sussurrate nelle piazze e nei palazzi. Oggi ha assunto una forma ancora più potente e inquietante. Oggi la Fama si chiama media, rete, algoritmo, intelligenza artificiale.
Le nuove tecnologie hanno moltiplicato all’infinito la capacità di diffondere racconti, immagini, interpretazioni della realtà. Contenuti che spesso appaiono veri, verosimili, convincenti — e proprio per questo diventano ancora più pericolosi quando smettono di esserlo. La verità non è più necessariamente ciò che è accaduto. Diventa ciò che circola, ciò che viene ripetuto, ciò che viene condiviso. E il mondo, allora come oggi, ma forse ancora di più oggi, ama assistere a questo spettacolo. Ama fermarsi a guardare. Ama nutrirsi delle colpe altrui. Non importa quanto siano reali, quanto siano dimostrabili, quanto siano concrete. L’importante è che esistano abbastanza da poter essere raccontate.
In una società nella quale tutti, sin da bambini, imparano a indossare più maschere, nella quale concetti come vergogna, colpa e sincerità diventano improvvisamente relativi, accade qualcosa di inquietante: le persone comuni provano una segreta e quasi liberatoria soddisfazione quando un mito viene colpito, quando un eroe cade, quando un personaggio pubblico viene trascinato nella piazza della derisione e del disprezzo. È la gioia cupa della folla davanti alla caduta di chi sembrava invincibile.
Ed è qui che la musica di Teardo diventa ancora più profonda. Perché il secondo grande movimento emotivo di questa colonna sonora arriva dopo la tempesta. Le sue composizioni struggenti e introspettive sembrano accompagnare il momento del risveglio. L’incubo è finito. Il corpo è ferito. Lo spirito è stato avvelenato. Ma una luce calda, lenta, quasi timida, comincia a diffondersi tra le macerie. Le accuse urlate si spengono. Le parole violente si dissolvono. Il linciaggio mediatico diventa un’eco lontana.
E per un attimo sembra quasi possibile che qualcosa cambi davvero. Ma qui la musica di Teardo suggerisce una verità più amara. Questo mondo, che dovrebbe imparare da quanto è avvenuto, che dovrebbe forse esplodere in mille pezzi per ricomporsi in una forma più giusta, cosa fa davvero?
Quasi nulla.
Qualche scusa. Qualche ammissione. Qualche parola tardiva. Poi tutto ricomincia esattamente come prima.
Le stesse fauci. Le stesse unghie. Lo stesso appetito. E la musica, allora, si fa oscillante, scura, quasi ipnotica. Scava nel lato nascosto dell’animo umano, quello che non desidera comprendere, ma solo distruggere, quello che si nutre dello sconforto e del dolore altrui perché, per un istante, questo ci permette di dimenticare il nostro. È in questo spazio fragile, sospeso tra ferita e sopravvivenza, che la colonna sonora di Teardo trova la sua dimensione più autentica. Non racconta soltanto una vicenda. Racconta una condizione umana.
La solitudine di chi, dopo essere stato travolto dalla Fama, deve ricominciare a camminare nel silenzio. Andare avanti. Nonostante tutto.
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