Teatro dell’Acquario a Cosenza, la burocrazia che fa calare i sipari
Dal 2022, anno funesto ad oggi, la lenta burocrazia ha fatto calare il sipario sul Teatro dell’Acquario di Cosenza. I rappresentanti del Centro Rat raccontano l’esperienza di ieri e di oggi. Per i cinquant’anni dalla nascita, la speranza di un “Acquario 2.0”
«MANCA sempre ‘nu sordu ppi fà ‘na lira». È il proverbio calabrese adatto per sintetizzare gli ultimi anni del Centro Rat-Teatro dell’Acquario. Lo usa con ironia Carlo Antonante, raggiunto negli uffici della compagnia, in via Galluppi, proprio di fronte a quel sipario che nel 2022 è stato calato su 42 anni di storia. Insieme a lui Maria Francesca Longo e Maria Luisa Garofalo. Un’oretta passata a fare un rewind di un progetto che nel prossimo mese di agosto compirà mezzo secolo: tutti i perché, l’oggi e il domani di chi ha vinto il premio Ubu «come l’Oscar per il Cinema, per aver inventato e organizzato il teatro in una città difficile come Cosenza».
IL 2022, «L’ANNO NEFASTO»
«Il 2022 è stato l’anno in cui abbiamo fatto “bingo” – racconta Maria Luisa Garofalo – abbiamo perso tutto. Abbiamo perso Antonello (fratello di Carlo Antonante, ndr) e il teatro». È stato un avviso di sfratto a mettere la parola fine all’esperienza dell’Acquario. Il motivo? Una sorta di “costretta morosità”. «L’attività teatrale, culturale non ha appalti milionari – spiega Carlo – Le risorse che gli enti pubblici danno sono sempre molto risicate. Ma non è solo questo. La burocrazia è lentissima e farraginosa. La Regione viaggia con tre anni di ritardo.
Noi adesso siamo in attesa di ricevere comunicazioni sul contributo, sul finanziamento per il Centro Rat della produzione teatrale del 2023. Siamo nel 2026. Questo ritardo ci ha sempre messi nelle condizioni di avere una coperta troppo corta da tirare. E non siamo riusciti a stare al passo con i canoni di affitto, considerando anche che di mezzo c’è stato il Covid. Noi siamo stati 42 anni in via Galluppi ed è quasi sempre successo di pagare l’affitto in ritardo. Poi però con il cambio di proprietà è arrivato lo sfratto. E venti giorni dopo l’esecutività, sono arrivati i soldi».
Una triste vicenda, che ha portato il Centro a smontare tutto, ma anche a «riorganizzarsi immediatamente». «Abbiamo lasciato qui gli uffici e – grazie alla collaborazione del Comune di Cosenza – abbiamo fatto all’inizio i laboratori, i nostri corsi di formazione (perché noi facciamo produzione, formazione e distribuzione) al Chiostro di San Domenico – continua Maria Luisa –. Lì siamo stati ospitati per due anni. Poi il Chiostro è andato in ristrutturazione e ci hanno spostato in via Pasubio, dove c’era Municipia. Intanto abbiamo continuato la nostra attività, sia di produzione, sia di distribuzione. La stagione la stiamo ormai organizzando da tre anni al Palacultura di Rende. A Cosenza non ci sono posti adeguati per i “grandi eventi”».
IL “VUOTO” TEATRALE COSENTINO E IL NODO DEL CINEITALIA
Il teatro dell’Acquario ha chiuso, il Morelli ha chiuso, e sebbene ci siano delle realtà alle quali le compagnie si appellano per la promozione di alcuni eventi, a volte si inciampa in problemi strutturali, altri in pochi posti a sedere. E fatto salvo il teatro di tradizione “Alfonso Rendano”, al momento, la città risulta “povera” in tal senso. Esiste però il Cine teatro Italia. Il Centro Rat, nel 2023, ha partecipato al Bando di Agenda Urbana e ha vinto come beneficiario del luogo. Sorge però subito un problema: la struttura è inagibile.
«L’amministrazione ci aveva già dato disponibilità del Cinema Italia. Ad agosto 2023, il sindaco fece una conferenza in cui dichiarava di dare la possibilità di non disperdere questo patrimonio costruito in 42 anni, ospitandolo nei loro spazi», prosegue Carlo Antonante. «Il soggetto gestore è Citrigno. Anche lui ci aveva dato grande disponibilità. Il problema principale pare sia la scala d’ingresso, la gradinata. Devono rifarla. Non è un lavoro da poco. Avevamo saputo che erano state individuate sia le risorse che il modo per provvedere il più velocemente possibile. Le nostre informazioni si fermano qui. Ora c’è chi dice che a fine aprile finiscono i lavori e forse si può aprire, però, “ora si apre, ora si apre”, lo sentiamo dal 2023. E noi abbiamo necessità di saperlo prima. Quando fai una rassegna come la nostra l’organizzi almeno quattro mesi prima».
LA CITTÀ DEI RAGAZZI, IL CUBO GIALLO E LA SPERANZA DI UN “ACQUARIO 2.0”
La formazione è un altro aspetto fondamentale del Centro. Un aspetto che «ha dato i “natali” a nomi come Ernesto Orrico, Manolo Muoio, Nunzio Scalercio, Paolo Mauro, Lindo Nudo» e che oggi entusiasma e instrada ancora tantissimi giovani. Certo, dice Carlo, «è chiaro che se vuoi fare l’attore, te ne devi andare. Devi andarti a formare in una scuola di un certo livello. O meglio – precisa – fino a quando c’erano i nostri corsi che erano finanziati dalla Regione, noi ospitavamo professionisti da tutta Italia, anche dall’estero: venivano a fare seminari, laboratori. Ai nostri corsi negli anni ’90 c’erano maestri straordinari del teatro, offrivamo una qualità altissima. Oggi, non essendo più finanziata la formazione, ma solo la produzione, noi riusciamo a farli innamorare del teatro, ma poi se ne vanno fuori».
«Alessandra – fa eco Maria Luisa – è una ragazza di 20 anni, nasce a Cosenza, inizia a formarsi con noi e poi è andata a fare l’Accademia dei Filodrammatici a Milano». E per quanto riguarda poi la messa in pratica delle lezioni, se da una parte la programmazione sarebbe destinata al Cinema Italia, dall’altra il Cubo Giallo della Città dei ragazzi è il luogo chiesto e ottenuto grazie a una delibera comunale lo scorso mese di luglio. Ma, anche in questo caso, c’è un ma. «Noi abbiamo la delibera comunale del 29 luglio che ci assegna lo spazio.
Dopodiché, ahimè, la burocrazia anche in questo caso è estenuante. Ancora non abbiamo firmato una convenzione sull’utilizzo dello spazio. Ci hanno concesso di svolgere le nostre attività “in via emergenziale”, diciamo così, quindi siamo entrati nel Cubo Giallo, però, di fatto, ancora non c’è una regolamentazione del rapporto tra Centro Rat e amministrazione comunale», dice Carlo Antonante.
«Il Comune si è assunto tutta la responsabilità non del contenitore ma del contenuto. La disponibilità c’è e la stanno mantenendo. Noi siamo al Cubo Giallo grazie a loro. La formazione è al sicuro. Solo che ora stiamo trattando e cercando di capire quando e in che modo possiamo ufficialmente entrare nello spazio. Questo dipende dalla burocrazia.
Il delegato al patrimonio del Consiglio comunale, non è più quello che c’era prima. Ne devono nominare un altro. Fino ad allora non possono prendere decisioni. Sono due mesi che non c’è il delegato. Ancora, prima c’era il delegato e mancava il dirigente dell’Ufficio patrimonio. E anche lì, se non c’è il dirigente dell’ufficio tecnico che si assume la responsabilità su indicazione del Consiglio comunale, di mettere nero su bianco la convenzione, questa non si può fare. Insomma, “manca sempre ‘nu sordo ppi fà ‘na lira”. Dicevano che dopo le provinciali l’avrebbero nominato. E quindi ora aspettiamo che ci siano tutti».
Il desiderio è quello di chiudere la convenzione quanto prima, in modo tale da poter inaugurare, nel mese di agosto, in occasione dei 50 anni del Teatro dell’Aquario, un “Aquario 2.0”. «Non si tratta di scimmiottare un’esperienza bella, unica irripetibile, ma ormai conclusa, ma di restituire alla città un luogo di aggregazione. Un nuovo contenitore in cui può esprimersi tutta la vivacità di un contenuto ancora e sempre vivo».
L’UTILE «INUTILITA’» DEL TEATRO
«Il teatro è inutile», dice sarcasticamente Carlo Antonante. Tagli, chiusure, risorse risicate. Un mestiere difficile quello dell’attore, ma, al contempo, una passione, un fuoco, da tenere acceso come antidoto alla disumanizzazione del mondo. «Abbiamo indotto diverse persone a rovinarsi la vita inutilmente, ne abbiamo fatti danni», scherza ancora Antonante. Perché chi frequenta i corsi si innamora di quell’arte che diventa «resistenza all’abbrutimento totale».
«Eugenio Barba – dice – è uno dei maestri del teatro contemporaneo a livello globale. Lo ospitammo qui nel 2004. Lui è una di quelle persone che hanno la capacità di cambiarti la vita. Poi mi appassionai alla sua arte e trovai un discorso che fece all’università di Cuba quando lo invitarono per conferirgli una laurea honoris causa. Lui diceva di immaginare il sistema come una serie di ingranaggi che triturano tutto, si muovono, inesorabili. E invitava gli ascoltatori a non essere olio in questa macchina, nelle “viscere del mostro”, diceva, bisogna essere sabbia. Il senso del teatro è questo: creare attrito fino a bloccare il sistema.
Il teatro deve instillare cultura. Laddove c’è cultura non ci può essere oscurantismo. Non ci può essere profitto a qualsiasi costo. In alcuni contesti, e parlo dei macro sistemi, l’umanesimo è scomparso, c’è un abbrutimento totale. Si sta depauperando il potere della cultura. E noi, l’unica cosa che possiamo fare è resistere. E per resistere bisogna essere granelli di sabbia». Come si fa a essere granelli di sabbia, si chiede in conclusione, come si fa a resistere? «Eh – dice – voi continuate a scrivere e noi continuiamo a fare teatro».
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