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Swim Deep – Hum | Indie For Bunnies

Sopravvivere alla fine di una scena è complicato. Sopravvivere all’industria musicale, forse ancora di più. Eppure eccoli qui gli Swim Deep: mentre quasi tutti i loro compagni di viaggio della stagione B-Town sono diventati una nota a piè di pagina nella storia dell’indie britannico, loro arrivano al quinto album come se avessero ancora qualcosa da dimostrare.

Il disco si chiama Hum, “ronzio”. Una parola perfetta. Perché gli Swim Deep sono diventati esattamente questo: non più il gruppo che cerca di attirare l’attenzione, ma quel suono costante che continua a stare lì, in sottofondo, anche quando tutti gli altri hanno smesso di suonare.

Credit: Press

E la cosa sorprendente è che Hum nasce da un periodo tutt’altro che sereno. Traumi personali, cambi di formazione, momenti di smarrimento. Materiale che in mano a molti avrebbe prodotto l’ennesimo disco di lamenti e ferite esibite come medaglie. Invece no. Qui la vulnerabilità c’è, eccome, ma non diventa mai autocommiserazione. È più il tono di qualcuno che ti racconta una notte difficile davanti a una birra, senza cercare compassione.

Ripensando alla loro storia, il percorso degli Swim Deep è quasi più interessante della maggior parte delle reunion nostalgiche che affollano i festival estivi. All’inizio c’erano le chitarre jangly, il sole che filtrava tra le tende e quell’aria da eterna estate adolescenziale di “Where the Heaven Are We”. Poi è arrivato “Mothers”, che ha spiazzato parecchi con i suoi sintetizzatori, i loop elettronici e le suggestioni acid house. Con “Emerald Classics” hanno trovato una sintesi più elegante, portando quelle idee dentro canzoni pop vere e proprie.

Ma il vero colpo di fortuna è stato l’incontro con Bill Ryder-Jones (ex chitarrista e co-fondatore dei The Coral).
Da quel momento la band sembra aver smesso di inseguire un’identità e ha iniziato semplicemente a essere sé stessa. Già “There’s a Big Star Outside…” aveva mostrato una nuova maturità: più acustica, più cinematografica, più interessata alle sfumature che agli slogan.

In “Hum” quel percorso continua, ma senza trasformarsi in una replica del disco precedente. Ryder-Jones, invece di tenere il gruppo sotto la sua ala protettiva, sembra fare un passo indietro e lasciare che siano loro a guidare la macchina. Il risultato è un album che conserva il calore delle chitarre acustiche e del Mellotron, ma che ogni tanto si sporca le mani con distorsioni ruvide, echi soul e una tensione quasi grunge che non ti aspetteresti.

La sensazione, alla fine, è quella di ascoltare una band che ha finalmente smesso di preoccuparsi di essere cool. E forse è proprio questo il segreto di “Hum”. Gli Swim Deep non stanno cercando di rivivere il 2013, né di inseguire la prossima tendenza. Suonano come persone che hanno attraversato qualche tempesta, ne portano ancora addosso i segni, ma hanno imparato a conviverci. E in un’epoca in cui tutti urlano per farsi sentire, quel loro vecchio ronzio continuo finisce per essere una delle cose più sincere in circolazione.

E come disse quella donna leggendo i tarocchi: “il viaggio potrebbe essere travagliato , ma non dimenticare che il vento girerà dalla tua parte alla fine.


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