Ambiente

Superpotenza o superpotenza immaginaria? L’arte italiana tra rendita simbolica e competizione globale

Un equivoco di fondo attraversa il dibattito riacceso in questi giorni attorno alla Biennale di Venezia. Un equivoco che non riguarda le scelte curatoriali, né la quantità di artisti italiani nella mostra centrale, né l’eterna disputa tra “sistema” e “talento”. Riguarda noi.

La 61. Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia si intitola In Minor Keys. È la mostra concepita da Koyo Kouoh, prima curatrice africana nella storia della Biennale Arte, e portata avanti dal team da lei stesso designato. Tra i 111 artisti selezionati, non figura nessun italiano. Alla 60. edizione erano meno di dieci su 331. Alla Documenta 15 di Kassel, nel 2022, praticamente assenti. Alle grandi fiere internazionali, Art Basel, Frieze, la presenza di gallerie italiane è strutturalmente marginale. Questi non sono umori. Sono dati.

L’equivoco che ci paralizza

Forse la parola “superpotenza” appartiene a un lessico che non ci riguarda più. Non lo siamo. E continuare a ripeterlo come un mantra non rafforza il sistema: lo anestetizza. Il Colosseo non è una politica culturale. Gli Uffizi non sono un piano industriale. La storia dell’arte italiana è un capitale straordinario, ma un capitale che si svaluta se non viene reinvestito, proiettato nel presente. E noi, invece di investirlo, lo esibiamo. Lo usiamo come scudo identitario. Come alibi.

Il mercato che non abbiamo costruito

Nel 2023, secondo il report Art Basel & UBS Global Art Market, l’Italia vale meno del 2% del mercato globale dell’arte. La Gran Bretagna il 17%, gli Stati Uniti il 45%. La Germania destina alla cultura pubblica oltre 14 miliardi l’anno. La Francia ha costruito un sistema di esportazione culturale che passa per diplomazia, editoria, cinema, arti visive. La Corea del Sud ha moltiplicato per sette in vent’anni la propria quota nel mercato globale dell’arte contemporanea.

Le gallerie italiane che operano a livello globale si contano sulle dita di due mani, Massimo De Carlo, Lia Rumma, Galleria Continua, e lo fanno spesso nonostante il sistema, non grazie ad esso. L’Italia non ha un player mondiale tra le fiere del calibro di Art Basel o Frieze: ha una moltitudine di fiere di medio livello sparse per il territorio che si fanno la guerra fra loro, un po’ come i comuni nell’Italia medievale. Ognuna difende il proprio campanile, nessuna raggiunge la massa critica per competere sulla scena internazionale. Seppure, finalmente, abbiamo la stessa IVA che si paga in altri paesi sulle transazioni di opere d’arte contemporanea, la fiscalità sulle donazioni alle istituzioni pubbliche è ancora punitiva rispetto ai modelli francese o americano.


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