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Super Bowl e lo show «politico» di Bad Bunny: ecco chi organizza l’half time show

«That’s entertainment», si dice in America da quando l’intrattenimento è diventato una cosa seria. Perché sì, è vero: è intrattenimento, ma è anche business a sei zeri e, qualche volta – soprattuto quando il Paese e il mondo in generale attraversano snodi cruciali della storia -, diventa pure politica. L’esibizione del rapper portoricano Bad Bunny all’half time show del Super Bowl, per esempio, è stato politica pura.

Lo dimostrano le sue parole («Assieme siamo l’America, l’unica cosa più potente dell’odio è l’amore»), il fatto solo che sia stato chiamato per celebrare il momento televisivo più importante dell’anno negli Usa, lui che l’anno scorso aveva interrotto il tour americano per non esporre i fan alle minacce dell’Ice. Lo dimostra la lingua che utilizza nelle sue canzoni, lo spagnolo dei latinos, per la prima volta assurto a lingua ufficiale dell’evento. Lo dimostra l’ovazione di fronte allo show della comunità portoricana. E lo dimostra il disappunto manifestato a parole scomposte dal presidente Usa Donald Trump («È stato lo show più brutto di sempre, uno schiaffo in faccia all’America. Nessuno capisce una parola di quello che dice questo tizio e il ballo è disgustoso, soprattutto per i bambini»).

In America gli artisti, storicamente vicini al mondo Dem, mai come in questo periodo, dopo i due omicidi a sangue freddo commessi dall’Ice a Minneapolis, stanno prendendo posizione. Lo abbiamo visto ai Golden Globe, alla cerimonia dei Grammy, in cui lo stesso Bad Bunny ha trionfato aggiudicandosi tre statuette, e probabilmente lo vedremo settimana prossima alla notte degli Oscar. L’half time del Superbowl non ha fatto eccezione.

Qualcuno alla nostre latitudini, abituato a coperture mediatiche filogovernative a prescindere, potrebbe meravigliarsi del fatto che, nell’America di Trump, a prendersi la principale ribalta televisiva dell’anno, uno show da 130 milioni di telespettatori collegati, sia stato un artista esplicitamente critico nei confronti della cultura Maga e delle politiche anti migranti della Casa Bianca. In realtà non c’è nulla di cui stupirsi: come dicevamo all’inizio, è intratttenimento ma è anche business.

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Il Super Bowl, la finale della stagione di football americano, è l’evento di punta dell’Nfl, la lega professionistica di questo sport popolarissimo dall’altra parte dell’Oceano. Ma anche lo sport dei «Wasp» per eccellenza. La selezione dell’ospite principale per l’half time show è frutto di un processo collaborativo che la National Football League coordina, ma nel quale giocano un ruolo importante anche altri soggetti. Nel 2024, infatti, la federazione ha rinnovato per altri cinque anni l’accordo quinquennale stimato in 25 milioni di dollari con Roc Nation, società di entertainment del rapper Jay Z. È quest’ultimo insomma – uno che di musica ne capisce e che con il trumpismo non è mai stato tenero – a proporre a Nfl come strutturare l’half time show. L’approvazione finale spetta comunque alla federazione, affiancata da un coordinamento nel quale siedono il main sponsor (la Apple guidata da un Tim Cook che, dopo i disastri dell’Ice, accenna a qualche presa di distanza dalle politiche di Trump) e, con un ruolo più marginale, la città ospitante (quest’anno Santa Clara, in California, retta dalla sindaca Lisa Gillmor, molto critica con l’Ice).


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